ASSICURAZIONE DEI DEPOSITI

È la più nota forma di garanzia costituita dalle banche (di solito per legge) a favore dei depositanti contro il rischio di insolvenza della banca depositaria. Essa risponde a una finalità di interesse generale, per conseguire stabilità del sistema bancario e finanziario e, potenzialmente, attraverso la fiducia dei depositanti, un contenimento del costo della raccolta. Il rischio di insolvenza dipende sia da cause strutturali del sistema (la trasformazione delle scadenze fra attivo e passivo), sia da cause congiunturali (recessione economica, rapido processo di innovazione finanziaria, mutamento delle dimensioni ottimali dell’azienda) o da cause riferite alla singola azienda (errori di strategia aziendale ecc.). La capacità dell’assicurazione dei depositi di rispondere ai suoi fini, assai elevata in termini teorici, trova limiti notevoli in termini operativi. Anzitutto la complessa natura del rischio rende problematico un esatto proporzionamento del volume dei fondi che entrano nel sistema di assicurazione alla possibile entità del rischio stesso. Vi è poi un duplice effetto di inefficienza, in quanto a) le banche economicamente più sane sostengono un onere (cioè un aumento di costo) che va a vantaggio di quelle meno sane o meno ben dirette, e b) la tutela dei depositi di fronte a qualunque situazione avversa è un fattore di deresponsabilizzazione nel comportamento delle banche (che sono indotte ad assumere attività più profittevoli, ma a più alto rischio). Minor peso ha l’analoga deresponsabilizzazione nei confronti dei depositanti (che in assenza di assicurazione otterrebbero tassi di remunerazione dei depositi correlati alla rischiosità della singola azienda) in quanto la loro capacità di controllare il grado di affidabilità della banca depositaria non può essere sopravalutata. Di conseguenza, pur tenendo conto dei carattere complementare che l’assicurazione ha rispetto alla regolamentazione bancaria (riserve obbligatorie, coefficienti patrimoniali ecc.) e di vigilanza prudenziale da parte delle autorità, l’assicurazione non può essere generale e totale, ma invece assoggettata a una serie di limiti e cautele. Gli Stati Uniti sono stati i primi a introdurre nel giugno 1933 un sistema di assicurazione dei depositi con la Federal Deposit Insurance Corporation, che gode di ampio potere di controllo e di vigilanza, e che nonostante la lunga esperienza recentemente ha dovuto fronteggiare numerosi fallimenti di banche grandi e piccole. Nel Regno Unito esiste a questo scopo dal 1982 il Deposit Protection Fund, che è un sistema para-assicurativo in quanto si affianca all’azione di vigilanza della banca centrale. In Italia è stato costituito nel 1987, a cura dell’ABI, il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. La materia è stata regolata in sede comunitaria dalla direttiva 94/19/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16.5.1994, relativa ai sistemi di garanzia dei depositi, recepita nel nostro Paese dalla l. 6.2.1996 n. 52 (legge comunitaria 1994) e dal d.lg. 4.12.1996 n. 659. Questi ha sostituito l’art. 96 TUBC e gli ha aggiunto gli artt. 96-bis, 96-ter e 96-quater nella se.IV, capo I, tit. IV sui “Sistemi di garanzia dei depositanti”. Obiettivi della direttiva 94/19/CE sono stati proteggere i depositanti delle banche e assicurare la stabilità del sistema bancario nel suo insieme in tutto il territorio dell’Unione europea, in modo da realizzare un minimo di armonizzazione finanziaria e di colmare la mancata applicazione della raccomandazione della Commissione CEE del dicembre 1986 da parte di numerosi Stati membri. I caratteri qualificanti della direttiva possono essere così riassunti: 1) applicazione del principio dell’home country control per il quale in caso di dissesto di una succursale estera di una banca è lo schema di assicurazione dei depositi del paese di origine a dover intervenire, in aderenza con il resto delle disposizioni comunitarie di armonizzazione in materia bancaria; 2) piena autonomia di cia- scuno stato nella scelta della struttura operativa e dei meccanismi di contribuzione del Fondo di tutela ritenuti maggiormente coerenti con la struttura del sistema bancario; 3) applicazione del principio dell’adesione obbligatoria da parte di istituzioni creditizie “autorizzate” (pur ammettendosi l’operatività di fondi privati); 4) tutela del depositante (aspetto in contrasto con l’attuale schema italiano, tendente alla protezione del singolo deposito più che del depositante); 5) estrema flessibilità concessa a ciascun Paese membro, naturalmente al di sopra di una assegnata soglia minima, nella determinazione dell’estensione quali-quantitativa della copertura. Col recepimento della direttiva il nostro Paese è passato dalla protezione dei depositi a quella dei depositanti e il Fondi interbancario è stato ridenominato Fondi Interbancario di Tutela dei Depositanti.

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