PROTEZIONISMO (Enciclopedia)

1. Definizione di protezionismo

Il Protezionismo è una teoria e un indirizzo di politica economica intesi a salvaguardare le attività produttive nazionali dalla concorrenza estera mediante interventi economici statali che possono prevedere l’applicazione di dazi protettivi ai prodotti importati o alle materie prime esportate (protezionismo doganale), così come la previsione di contributi e tassi agevolati ai produttori nazionali esportatori, o ancora il controllo del mercato nazionale e internazionale dei cambi e delle monete e del movimento dei capitali (protezionismo non doganale). Esso può mirare a migliorare artificialmente la competitività delle imprese di un certo paese (protezionismo reale) oppure a influenzare le scelte dei risparmiatori circa l’allocazione della ricchezza (protezionismo finanziario). Nel primo caso, l’opportunità di svilupparsi in modo adeguato al riparo della competizione delle industrie straniere aventi una struttura produttiva consolidata viene fornita soprattutto alle industrie nascenti di un certo paese mediante la previsione di dazi sui beni importati dall’estero, da intendere come strumento transitorio destinato a terminare nel momento in cui tali imprese abbiano accumulato le risorse e le conoscenze necessarie a sostenere la competitività internazionale. Allo stesso scopo mirano altresì i sussidi e i contributi alla produzione, gli standard di qualità elevati per autorizzare la vendita di beni stranieri all’interno, la restrizione delle gare d’appalto per commesse pubbliche alle sole imprese interne, il mantenimento del tasso di cambio a livelli sostanzialmente diversi da quello di equilibrio. Nel secondo, invece, il fine di influenzare il funzionamento dei mercati per rendere i titoli finanziari emessi da operatori interni più attraenti (in termini di rischio-rendimento) rispetto ai titoli stranieri, è realizzato in genere tramite lo strumento dei controlli sui movimenti di capitale, vale a dire un insieme di norme che impedisce ai residenti di acquistare attività finanziarie emesse da operatori di altri paesi, o ancora mediante imposte che vanno a condizionare le scelte di portafoglio degli operatori, influendo sul rendimento atteso dalle attività finanziarie, il quale risulta sensibile al tasso di interesse e alla variazione attesa del tasso di cambio1

2. Fondamenti teorici

Il protezionismo affonda le sue radici nelle politiche mercantilistiche attuate in Europa tra il XVII e il XVIII secolo dai nascenti stati nazionali, i quali con il loro intervento nell’economia miravano a dare più solide basi all’unità statale e a fare dell’incremento della ricchezza nazionale lo strumento per accrescere la forza dello Stato nei suoi rapporti con l’estero. 
Il mercantilismo si basa sulla premessa teorica che la ricchezza di un Paese dipenda dalla quantità di moneta e metalli preziosi accumulata nelle casse dello Stato e circolante sul territorio nazionale come segno della ricchezza della nazione2. Di qui il suggerimento da parte dei pensatori che ne difendevano le posizioni (i francesi Jean Bodin e Antoine de Montchrétien, gli inglesi Josiah Child, Charles Davenant, Thomas Mun, il tedesco Johann Joachim Becher, gli italiani Giovanni Botero, Antonio Serra, Ferdinando Galiani, l’americano Alexander Hamilton)3 di incoraggiare le esportazioni e limitare al massimo le importazioni, di modo che la quantità di moneta pregiata entrata nel paese fosse nettamente superiore a quella che ne usciva. In particolare, le esportazioni dovevano essere incoraggiate mediante facilitazioni e premi concessi ai produttori e ai commercianti esportatori, mentre le importazioni venivano limitate con l'imposizione di pesanti dogane sui prodotti stranieri e anche col divieto di importazione di certi prodotti non indispensabili. Limitata o addirittura impedita era altresì l'esportazione di materie prime, la cui lavorazione era invece incoraggiata entro i confini nazionali, tanto più che le industrie rappresentavano una fonte di entrate fiscali utilizzate anche per sostenere i grandi eserciti e gli apparati del governo nazionale. 
Espressione principale della politica mercantilista furono le grandi compagnie commerciali privilegiate, come la Compagnie francaise des Indes Orientales o l’English East India Company, che le monarchie nazionali autorizzavano ad agire in condizioni di monopolio e a esercitare poteri sovrani sui territori coloniali amministrati, ritenendole uno strumento efficace, oltre che per incrementare la ricchezza nazionale, per risaldare gli stati assoluti contro le sopravvivenze del particolarismo medievale e contro gli stati rivali all’estero. In tal senso, lo sviluppo del colonialismo, a partire dal XV secolo, ha contribuito non poco al successo della politica mercantilistica dal momento che ha consentito contemporaneamente ad alcune grandi potenze di costituire mercati potenzialmente autosufficienti dove rifornirsi di metalli preziosi e di materie prime per le industrie.
L’unione tra capitale commerciale e Stato soddisfaceva in tal senso un duplice interesse: quello dei mercanti ad aumentare i loro profitti grazie all’estensione dei mercati oltre i ristretti confini medievali; quello dei governanti a favorire il bene della nazione con cui in ogni caso tali profitti si identificavano4
Ciò nondimeno, il mercantilismo, stimolando l’attività imprenditoriale e ampliando e sfruttando gli imperi coloniali, provocò presto pressioni antimercantilistiche. A partire dalla metà del XVIII secolo, l’espansione del commercio internazionale, lo sviluppo dell’industria e della tecnologia, che avevano creato le condizioni per il definitivo passaggio da un’organizzazione economica tradizionale a un sistema basato sull’iniziativa privata, sulla divisione del lavoro e sul mercato, decretarono la fine del protezionismo, che rimase limitato ai settori più deboli della produzione, cioè a quello agricolo meno sviluppato e alle industrie nascenti. Sono questi gli anni della nascita e del consolidamento della nuova economia capitalistica che esaltava il valore del libero scambio nella convinzione che la soppressione di limitazioni al commercio interno ed esterno, come pure l’accesso a nuovi mercati, avrebbe favorito la divisione del lavoro, aumentato la produzione economica e, pertanto, il benessere collettivo. 
Adam Smith, a cui più di ogni altro si deve la prima compiuta formulazione delle teorie del libero scambio, suggeriva che è una regola valida per ogni singola famiglia, così come per un regno, non cercare mai di produrre in casa ciò sarebbe più conveniente comprare fuori. Ciò vuol dire che se una merce può essere acquistata all’estero a un prezzo minore di quello che costerebbe a produrla in patria, sarebbe sciocco ostacolarne l’importazione, poiché questo spingerebbe l’industria su strade meno remunerative di quelle che essa potrebbe trovare da sé. 
In particolare, la critica di Smith al tradizionale "sistema del commercio" esposta nel libro IV de La Ricchezza delle Nazioni, pubblicata nel 1776, passa attraverso la demolizione dell’assunto mercantilista secondo cui la ricchezza di una nazione consiste nella moneta o nell’oro e l’argento che riesce ad accumulare. La moneta infatti non ha senso se non come strumento di facilitazione e di allargamento del mercato in quanto contribuisce all’accrescimento della quantità e della produttività del lavoro. La ricchezza inoltre non consiste nella quantità di metalli preziosi ma piuttosto nelle cose che il denaro può comprare e da cui assume tutto il suo valore per la precisa facoltà che ha di acquistarle. È pertanto alla libera iniziativa di ciascuno, il quale "nella sua posizione locale, può giudicare meglio di qualsiasi uomo di Stato o legislatore quale sia la specie d’industria interna che il capitale può impiegare" (Smith, 1975, p.584) che Smith riconduce la crescita della ricchezza di una nazione, a potenziamento della quale non c’è bisogno di alcun intervento da parte dello Stato, essendo presenti all’interno del mercato meccanismi di auto-regolazione - il sistema dei prezzi - che assicurano l’equilibrio tra domanda ed offerta dei beni e che garantiscono che il comportamento dei singoli teso al soddisfacimento dell’interesse individuale conduca al benessere della società. Peraltro, "l’uomo di Stato che dovesse cercare di indirizzare i privati relativamente al modo in cui dovrebbero impiegare i loro capitali non soltanto si addosserebbe una cura non necessaria, ma assumerebbe un’autorità che non si potrebbe affidare tranquillamente non solo a una singola persona, ma a nessun consiglio o senato, e che in nessun luogo potrebbe essere più pericolosa che nelle mani di un uomo tanto folle e presuntuoso da ritenersi capace di esercitarla" (Ibid.). È così, dunque, che la sua critica della politica economica interventista dello Stato amministrativo-assistenziale difeso dai mercantilisti risulta particolarmente efficace in quanto fondata non solo su ragioni specificatamente economiche, bensì su obiezioni di carattere gnoseologico riconducibili all’idea smithiana secondo cui la conoscenza umana non può che essere parziale, fallibile e dispersa tra milioni di individui, tant’è che è impossibile per chiunque centralizzarla e divenire così portatore esclusivo di un sapere superiore5
La spiegazione più convincente e tuttora indiscussa della convenienza all’integrazione economica e agli scambi commerciali è però quella fornita, nei Princìpi dell’economia politica e delle imposte, pubblicato per la prima volta nel 1817, da David Ricardo con la teoria dei costi comparati, secondo cui solo la divisione internazionale della produzione, resa possibile dal libero movimento internazionale delle merci, assicura che in ogni Paese si realizzi il migliore sfruttamento delle risorse naturali. Infatti, se "due uomini possono fare entrambi scarpe e cappelli e uno è superiore all’altro in entrambi gli impieghi; ma nel fare cappelli egli può eccedere di un quinto, o di un venti per cento, mentre nel fare scarpe può eccellere di un terzo, o trentatrè per cento, sarà interesse di entrambi che l’uomo superiore si occupi esclusivamente di fare scarpe e che quello inferiore si occupi esclusivamente di fare cappelli" (Ricardo, 1951, p.136). Questo, infatti, si tradurrebbe in un vantaggio nazionale, determinando una consistente spinta allo sviluppo del reddito nazionale senza che lo Stato abbia bisogno di intervenire nella realtà degli scambi. Come ha scritto circa trent’anni dopo anche John Stuart Mill nei Princìpi di economia politica "l’importazione di merci estere, nel corso ordinario del commercio, non ha mai luogo se non quando essa, dal punto di vista economico, è un vantaggio nazionale, perché fa sì che si ottenga lo stesso ammontare di merci con un minor costo di lavoro e di capitale per il paese. Quindi proibire questa importazione, o imporre dazi che la impediscano, significa rendere il lavoro e il capitale del paese meno efficienti nella produzione di quanto sarebbero stati altrimenti, e produrre forzatamente una distruzione della differenza fra il lavoro e il capitale necessari per produrre le cose con le quali la merce si può acquistare all’estero. La perdita nazionale prodotta in questo modo è misurata dall’eccedenza del prezzo al quale la merce è prodotta, rispetto al prezzo al quale si potrebbe importarla" (Mill, 1983, p.1197).
Per circa un secolo dalla pubblicazione delle opere di Smith e di Ricardo, il termine mercantilismo ebbe dunque una connotazione negativa. Fu solo nell’ultima parte del XIX secolo che un gruppo di storici ed economisti tedeschi ne rovesciò la concezione. Per questi economisti il mercantilismo era in primo luogo una politica di costruzione dello Stato portata avanti da sovrani saggi e benevoli. Pertanto, verso la fine dell'Ottocento le politiche protezionistiche ritrovarono il loro antico vigore. Alcuni dei paesi europei che erano stati coinvolti nelle guerre napoleoniche, soprattutto quelli privi di un impero coloniale e di uno sviluppato sistema industriale, come la Germania e l’Italia, ritennero conveniente adottare misure protezionistiche per risollevare le sorti di un’economia fortemente compromessa dalle conseguenze delle vicende belliche. Nella Germania del cancelliere Bismarck, in particolare, la svolta protezionistica si attuò in un clima intellettuale reso particolarmente favorevole dalla diffusione del Romanticismo economico tedesco e, in particolare, dalla pubblicazione nel 1800 dell’opera di Johann Gottlieb Fichte (2009) in cui veniva difesa l’idea di "stato mercantile chiuso", nella convinzione che il blocco sui traffici con il mondo esterno fosse la condizione indispensabile per mantenere lo Stato isolato dalle perturbazioni provocate dal commercio estero, giacché queste, causando rivalità tra le nazioni, sarebbero sfociate nelle guerre. Tale idea fu ripresa in seguito dall’economista tedesco Friedrich List (1972) che, nel saggio Il sistema nazionale di economia politica espose, nel 1840, la prima critica organica dei principi del free trade, sostenendo di contro la necessità di barriere doganali per lo sviluppo di industrie nazionali là dove esse non esistevano. Il protezionismo, infatti, doveva servire a consolidare l’industria. A differenza di altri teorici del protezionismo tedesco come Adam Müller6, apertamente ostili verso l’industria moderna, List infatti considerava l’industria, soprattutto quella manifatturiera, un elemento essenziale della potenza dello Stato ancora esclusivamente fondato sull’agricoltura. Pertanto, i dazi erano giustificati come misure indispensabili per sostenere le industrie nascenti, proteggendole dalla concorrenza di quelle straniere, per quanto non appena esse fossero state abbastanza forti per concorrere, i dazi avrebbero potuto essere eliminati per dar vita a un sistema universale di libero scambio7.
Questa svolta provocò la reazione politica ed economica degli altri paesi avanzati, con l’apertura di vere e proprie "guerre commerciali" a cui è in parte riconducibile il progressivo affermarsi di posizioni nazionalistiche se non addirittura autarchiche. Particolarmente significativa e grave per l’agricoltura italiana, soprattutto del Sud, fu per esempio la "guerra delle tariffe" che contrappose Francia e Italia tra il 1888 e il 1892, in seguito all’adozione italiana di tariffe protezionistiche da parte dei governi della Sinistra storica, che avevano avuto due autorevoli e convinti sostenitori in Agostino Depretis e Francesco Crispi, ispirati dalle riflessioni di Luigi Luzzati in materia di commercio estero, ma soprattutto pressati dai gruppi agrari e industriali del Nord e dai latifondisti meridionali8. Considerata la grave situazione economica del Paese si trattava, in ogni caso, al di là del dibattito e delle norme sul protezionismo, di interventi per la sopravvivenza più che per l'espansione, estremamente difficile nel contesto internazionale.
Peraltro, anche al di fuori del continente europeo si poneva fortemente il problema dell’opportunità o meno di adottare misure protezionistiche: in tal senso, una delle cause della guerra di secessione negli Stati Uniti fu proprio la contrapposizione tra le industrie nascenti del Nord, che volevano protezione doganale contro le importazioni industriali, e i piantatori del Sud, che temevano le ritorsioni estere contro le loro esportazioni ed erano quindi a favore del libero scambio. E almeno fino alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, soprattutto in seguito alla crisi di Wall Street del 1929, la politica economica americana fu determinata a proteggere le attività produttive nazionali mediante interventi statali ispirati alla logica del Welfare State
Il massimo teorico di questo indirizzo di politica economica fu l’economista inglese John Maynard Keynes. Di fronte alla stagnazione economica del paese, alla disoccupazione che aumentava rapidamente e con l’ambiente internazionale che riproponeva una situazione analoga a quella che nel XVII secolo aveva richiesto soluzioni di tipo mercantilistico, Keynes scrisse prima, nel 1926, un saggio dal titolo rivelatore La fine del laissez-faire in cui esaminava l'ascesa e la caduta del concetto e della pratica del laissez-faire e poi, nel 1933, non esitò a propugnare apertamente il protezionismo doganale, affermando di essere incline a "credere che (…) una certa misura di autarchia o di isolamento economico tra le nazioni, maggiore di quello che esisteva nel 1914, possa piuttosto servire che danneggiare la causa della pace" (Keynes, 1933, p.3). E riconoscendo, riguardo ai rapporti commerciali con l’estero, che il protezionismo doganale poteva diventare un mezzo per aumentare il livello di occupazione laddove servisse per dare lavoro ai disoccupati e permettere in tal modo la creazione o la sopravvivenza di imprese che producono ad un costo più elevato che all'estero9. Successivamente, con la Teoria generale dell’occupazione, interesse e moneta del 1936, l’opera sua più nota, Keynes (1971) si fece più in generale portavoce della necessità dell’intervento dello Stato in campo economico per conseguire obiettivi che la libera iniziativa individuale non è in grado di perseguire; intervento che avrebbe dovuto realizzarsi in particolare attraverso un programma di spesa pubblica mirante ad utilizzare i fattori inoperosi (politica anti-deflazionistica) oppure finalizzato a contenere la domanda nei limiti dei fattori disponibili (politica anti-inflazionistica)10
Bisognerà attendere il secondo dopoguerra perché la comunità internazionale torni su posizioni liberiste e decida di ridurre le barriere commerciali per poter beneficiare dei vantaggi dello scambio e nel 1947 ventitre paesi del mondo occidentale sottoscrissero l'Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio (GATT), il cui scopo era il mantenimento di un’area di scambio relativamente libero, soprattutto a livello tariffario, pur non senza aperture nei confronti di esigenze specifiche dei paesi membri. Attualmente la regolazione dei commerci mondiali è affidata in particolare alla Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) che ha specificatamente il compito di vigilare contro interventi protezionistici e limitazioni del commercio. C’è da dire, in ogni caso, che queste iniziative sono avversate anche da alcuni convinti liberisti che al contrario le giudicano, come scrive l’economista americano Murray Rothbard (1987), un prodotto del cosiddetto "neo-mercantilismo", il quale si identifica, dal punto di vista del commercio internazionale, con la preoccupazione di assicurarsi un saldo positivo della bilancia dei pagamenti, e con le connesse politiche economiche di promozione delle esportazioni e di limitazione delle importazioni. Dunque, con quanto rappresenta l’antitesi e la negazione del libero scambio, cioè il protezionismo. 
La verità è che politiche liberiste, favorite dalla stipula di accordi e dalla creazione di organismi su scala mondiale o regionale volti a tutelare la libertà degli scambi, sono state sempre accompagnate da meccanismi correttivi a tutela di singoli settori o prodotti. Soprattutto quando il riaffiorare di posizioni protezionistiche era giustificato da situazioni di depressione economica mondiale, come avvenne in seguito ai problemi originati per esempio dalle crisi petrolifere a metà degli anni ’70 che hanno richiesto un massiccio uso di contingentamenti e di altre barriere non tariffarie.Ciò nondimeno, gli anni ’80 sono stati caratterizzati dal pieno sostegno da parte di alcuni governi (Thatcher in Gran Bretagna e Reagan negli Stati Uniti) a iniziative economico-politiche ispirate a criteri di neo-liberismo. Iniziative confermate, nel corso degli anni '90, dalle dinamiche di crescente globalizzazione dei mercati, istituzionalizzatasi in una serie di ampie aree di libero-scambio (Unione Europea, GATT, ecc.) e nella decisione assunta dai 128 paesi membri della WTO, nel dicembre 1996, di attuare la liberalizzazione totale dei mercati entro il 2000. E anche in questa condizione più recente l'esaltazione del finalismo del libero scambio deve fare i conti con applicazioni concrete e la consuetudine di tutti i giorni che a introdurre meccanismi di tutela, con gradazioni che sono in relazione con lo stato di benessere, di efficienza, di equilibrio che è stato conseguito dal paese che li adotta e che può considerarsi duraturo in un determinato arco di tempo. 

3. Argomenti a favore e contro il protezionismo

La storia economica, pure quella più remota ha dimostrato che nella dinamica dei rapporti commerciali internazionali non esiste un sistema rigorosamente definito in riferimento al quale si possa parlare di un regime assoluto di libero scambio o al contrario di un modello integrale di autosufficienza. Non a caso, alcuni dei più autorevoli rappresentanti della storia del pensiero economico, pur professandosi fedeli ai principi di libero scambio che per essi costituiscono l'optimum delle relazioni internazionali, ne condizionano la validità a un conseguito sviluppo, raggiungibile solo con un preliminare protezionismo. Sono questi pensatori l'espressione di una dottrina che nel suo finalismo professa il libero scambio, ma che nella determinazione della strategia, su di un piano contingente, accetta lo strumento protezionistico. John Stuart Mill (1983), per esempio, sottolineava la necessità di valorizzare il mercato interno, e soprattutto nel settore dell’industria, le imprese "nascenti" che, in un regime liberista incontrerebbero maggiori ostacoli alla loro affermazione, sebbene tale aiuto non dovesse protrarsi al di là del tempo necessario per sperimentare ciò che esse sono capaci di conseguire11. 
Le giustificazioni al ricorso di misure di natura protezionistica possono essere molteplici: alcune sono legate ai vantaggi derivanti da un maggior afflusso di denaro nelle casse dello stato, derivante dai dazi doganali imposti sulle importazioni, tanto che alcuni stati arrivarono persino ad usarlo come canale di reperimento delle entrate ancora che come vero e proprio mezzo di politica protezionistica, oppure alla volontà di combattere il fenomeno del dumping, ossia una forma di concorrenza sleale che prevede l'assalto di un certo mercato estero introducendovi i propri beni venduti sottocosto e che può essere ridimensionato o fatto fallire con l'imposizione di specifici dazi su questi beni, o ancora al fine di favorire la nascita di nuovi settori produttivi o risollevare quelli esistenti con conseguente aumento dell’occupazione. E possono assumere una certa importanza anche motivazioni di carattere extra-economico, laddove, come sosteneva per esempio List (1972), la perdita di valori ingenerata dall'esistenza delle tariffe protettive fa guadagnare a un Paese delle energie preziose per produrre successivamente le quantità di valori incalcolabili. E questa erogazione di valori deve pertanto venire considerata come il prezzo della educazione industriale del Paese. 
Ognuna di queste affermazioni, tuttavia, è stata oggetto di ampi dibattiti che hanno visto soprattutto i teorici del liberismo impegnati a confutarne le ragioni di fondo, sottolineando di contro gli svantaggi che deriverebbero dall’adozione di politiche protezionistiche: tra questi, per esempio, la rinuncia da parte del paese che chiude le proprie frontiere al volume di reddito e al dinamismo che potrebbero scaturire in seguito all'affacciarsi sul mercato internazionale, la possibilità che le industrie protette non siano stimolate a crescere e, dunque, sia loro impossibilitato di raggiungere quell’ideale stadio della produzione che giustificherebbe la fine delle misure di natura protezionistica, la flessione del volume delle esportazioni, determinata nel lungo periodo proprio dalla riduzione delle importazioni, con conseguente calo dell’occupazione, che può vanificare, quanto a dimensione, quell'incremento di occupazione che si può manifestare nei comparti produttivi soggetti a protezione. Col risultato che la massimizzazione del reddito nazionale che si crede di perseguire con scelte avverse al libero scambio risulta inefficacemente perseguita nella misura in cui le illusorie compensazioni conseguite in questo o quel settore particolare sono vanificate dalle più ampie e pregiudizievoli conseguenze che si registrano nell'economia nel suo complesso.
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1Sul protezionismo in generale, cfr. Frey (1987).
2Per questo, la prima fase di sviluppo delle dottrine mercantilistiche, coincidente con il periodo del basso Medioevo, prese il nome di crisoedonismo o bullionismo (dall’inglese "bullion" che significa lingotto). Cfr. Cameron (1993, pp.206-212).
3Cfr. Il Mercantilismo non costituisce un insieme di teorie organiche e coerenti che sia possibile ricondurre a un filone di pensiero unitario data la prevalente mancanza di sistematicità dei contributi dei pensatori che in quegli anni, nell’ampia articolazione delle loro posizioni interne, cominciarono a enunciare teoricamente alcuni dei princìpi a cui s’ispirava. Per un’analisi dei diversi contributi, cfr. Groenewegen e Vaggi (2006, pp.50-180) e Rothbard (1995, pp.211-342).
4Emblematiche in tal senso le iniziative promosse da Jean Baptiste Colbert, ministro delle Finanze durante il regno di Luigi XIV, il quale applicò rigorosamente i principi economici del mercantilismo incrementando le esportazioni apportatrici di nuova moneta, imponendo alte tariffe doganali sull'importazione delle merci straniere in Francia per evitare di perdere moneta a vantaggio dei paesi rivali, aiutando con sovvenzioni pubbliche o sgravi fiscali la creazione delle manifatture di stato per strappare ai concorrenti inglesi, olandesi e fiamminghi il monopolio della produzione.
5Questa idea della dispersione della conoscenza, che ha contribuito ad abbattere il "mito del Grande Legislatore" e di cui Smith è stato il maggiore anticipatore, rappresenta uno dei capisaldi delle riflessioni dei più autorevoli esponenti della Scuola Austriaca di Economia (soprattutto Ludwig von Mises e Friedrich A. von Hayek), che l’hanno utilizzata, nella loro critica dell’economia di piano per porre in evidenza l’impossibilità del compito a cui è chiamato il pianificatore. Cfr. Infantino (1999).
6Nella sua recensione del saggio di Fiche del 1800, Müller criticò aspramente le posizioni illiberali del filosofo tedesco nello spirito della dottrina di Adam Smith. Successivamente, però, proprio il rifiuto della dottrina smithiana divenne il filo conduttore dei suoi scritti posteriori, tutti animati da una concezione organicistica dello Stato come entità di cui gli individui partecipano ma solo come elementi di una totalità. Cfr. Roll (1967, pp.217-225). In tal senso, l’orientamento economico che risulta dalle finalità politiche di Müller non può che essere del tutto incompatibile con la dottrina del libero scambio dal momento che si traduce nella realizzazione di una politica autarchica il cui obiettivo è l’aumento della ricchezza della nazione. Da intendere non come la ricchezza privata dei suoi membri, bensì come la ricchezza della comunità nel suo complesso a prescindere dagli interessi individuali. 
7Come afferma Eric Roll (1967), sono le condizioni arretrate della Germania del XIX, caratterizzata dal frazionamento in una moltitudine di stati governati da principi assoluti, al cui interno abbondavano regolamentazioni ostruzionistiche dei traffici e del commercio estero, e la cui industria era primitiva e ancora regolata dagli statuti delle corporazioni medievali, che fecero di List "un apostolo del nazionalismo economico". Per la sua attenzione alle esigenze del nascente capitalismo industriale, infatti, "sarebbe più corretto classificare List tra i classici, poiché nonostante la sua opposizione alle loro dottrine, egli rappresentava in Germania un movimento teorico che aveva radici simili a quelle del pensiero di Smith e di Ricardo" (Ivi, p.225). In realtà, lungi dall’accogliere il cosmopolitismo liberistico di Smith, List, che peraltro era anche un autorevole uomo di governo, sosteneva la politica delle Unione doganale (Zollverein) che mirava a creare in tutta la Germania un’area di libero scambio che fosse però energicamente protetta contro la concorrenza straniera affinché la nazione potesse raggiungere il più alto grado di sviluppo e giocare un ruolo di primo piano in Europa. 
8Luzzati, che era stato vicepresidente della Commissione d'inchiesta industriale, costituita nel 1870 per studiare le condizioni di sviluppo dell'industria italiana, presidente della Commissione per la tariffa doganale, costituita nel 1873 per studiare nuove iniziative a tutela dei settori produttivi, e incaricato di condurre i negoziati per il rinnovo dei trattati di commercio con la Francia, la Svizzera e l'Austria-Ungheria, aveva illustrato le sue idee e la sua attività in questi campi nel libro L'inchiesta industriale e i, pubblicato nel 1878, il quale ebbe grande influenza negli ambienti politici e intellettuali dell’epoca perché si faceva interprete della necessità più o meno generalizzata di modificare radicalmente la politica commerciale di indirizzo liberistico che aveva contrassegnato la prime fase unitaria, sotto il governo della destra storica. Cfr. Pecorari (1989).
9Nello scritto del 1933, Keynes prende esplicitamente le distanze dalle posizioni assunte precedentemente a favore della dottrina del libero scambio riconoscendo che "l’orientamento del suo pensiero era cambiato" (Keynes, 1933, p.3). E, a proposito del protezionismo doganale, scrive: "Non accuserei più Mr. Baldwin, come feci allora, di essere una vittima dell'errore protezionista nella sua forma più cruda perché credeva che, nelle condizioni d'allora, una tariffa doganale potesse contribuire ad alleviare la disoccupazione inglese" (Ibid.)
10Fin dalla sua prima apparizione la teoria di Keynes ha suscitato ampi dibattiti e generato irriducibili avversari. Tra questi, la Scuola Austriaca di Economia e la Scuola di Public Choice, che hanno evidenziato il carattere distruttivo, oltre che fallimentare, delle politiche keynesiane. Cfr. Mises et al. (2000) e Buchanan e Wagner (1997).
11Più in generale, Mill affermava che, pur essendo il laisser faire "la pratica generale" (Mill, 1983, p. 901), l’intervento del governo è lecito e necessario "in difetto di iniziativa privata" (Ibid., p. 927) a salvaguardia soprattutto delle posizioni più deboli. Il che risulta in perfetta sintonia con la sua "filosofia della libertà" in cui l’ammissibilità dell’intervento dello Stato è subordinato alla garanzia delle libertà individuali e della diversità delle situazioni che è la condizioni per il progresso individuale e collettivo. Cfr. Mill (1990).
trattati di commercio


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