ECONOMIA MONETARIA

Denominazione sotto la quale si denomina un sistema economico in cui si faccia uso di moneta (in contrapposizione all’economia di baratto) o lo studio del ruolo della moneta in tale sistema. Le funzioni della moneta, attorno alle quali ruota l’analisi di un’economia monetaria, vengono tradizionalmente individuate nell’impiego di essa quale unità di conto, mezzo di scambio e riserva di valore. A tale triade di usi, nell’impostazione proposta da John Hicks (1904-1989), si contrappone la triade delle motivazioni individuali che inducono gli agenti a detenere moneta: la necessità delle transazioni correnti, la precauzione verso eventi non programmati e l’intento di guadagni speculativi. Nella teoria economica “classica”, che si riassume nella teoria quantitativa della moneta, la moneta è tradizionalmente concepita come un velo sovrapposto alle grandezze economiche reali, un filtro che temporaneamente e senza conseguenze si frappone tra una transazione e quella successiva. La dicotomia tra grandezze reali e monetarie che ne discende rende tuttavia difficoltosa l’introduzione della moneta tra gli argomenti della teoria dell’equilibrio economico poiché in sostanza essa opera una radicale distinzione tra moneta e beni, laddove il comportamento individuale, motivato unicamente dalle possibilità di consumo, può risultare funzione di questi ultimi soltanto. La stessa teoria keynesiana, che, concentrandosi sul motivo speculativo, evidenzia il legame moneta-reddito passante attraverso la sostituzione di attività liquide a investimenti produttivi in circostanze di bassi livelli di attività e di aspettative di tassi di interesse crescenti, non avanza una relazione di equilibrio relativa alla moneta. L’esplicitazione di una vera e propria domanda di moneta quale componente macroeconomica si trova semmai nelle formulazioni successive alla teoria di John Maynard Keynes (1883-1946), frutto della c.d. “sintesi neoclassica”, nelle quali le difficoltà sottostanti alla dicotomia moneta-beni sono più stridenti. La considerazione di queste difficoltà concettuali ha aperto la via alla ricerca dei fondamenti microeconomici della teoria monetaria, intrapresa in modo sistematico da Don Patinkin (nato nel 1922) negli anni Cinquanta e Sessanta, lungo linee che riprendono l’eredità classica, e si contrappongono al tentativo di analisi compiuto da Keynes. Si deve a Robert Wayne Clower (nato nel 1926), traduttore di diverse intuizioni keynesiane dal punto di vista walrasiano, invece l’asserzione che una effettiva integrazione della moneta nella teoria del valore importa l’abbandono degli schemi dell’equilibrio economico generale. Da tale presupposto si sviluppa l’insieme degli studi che fonda la teoria della moneta sul concetto di “disequilibrio” del sistema economico, per il quale l’aggiustamento prodotto nei prezzi relativi dei beni opera in modo imperfetto e graduale, dando luogo quelle variazioni nelle quantità reali che, secondo la scuola classica, non possono trarre origine da variazioni monetarie. Un ulteriore sviluppo nello studi del ruolo della moneta si realizza con l’approccio degli equilibri temporanei, nell’ambito del quale l’esistenza del moneta si lega alla incompletezza d mercati che impedisce agli agenti di poter concludere transazioni relative ogni futura data o di potersi assicura: contro ogni evento previsto, e determina, così, la necessità di scorte monetarie. Un ultimo sviluppo, infine, si richiama al concetto di search equilibrium, che caratterizza il comportamento di agenti economici che ignorano identità, gusti e dotazioni di coloro coi quali possono compiere transazioni reciprocamente vantaggiose. Si impone loro di porsi in cerca di agenti siffatti, necessariamente sopportando i costi di tale attività. Detenere scorte monetarie emerge quale soluzione del problema individuale di minimizzazione dei costi di ricerca imposti d processo delle transazioni.