DOLLARO USA

Codice ISO: USD. Nasce come moneta cartacea delle colonie britanniche del Nuovo Mondo nella guerra d’indipendenza, che ufficialmente scoppia nel 1776. Prima di questo avvenimento le colonie si erano servite delle monete spagnole, portoghesi e britanniche, queste ultime, invero, lesinate dalla madrepatria. Inoltre, tutti i tentativi messi in pratica per darsi un minimo di autonomia monetaria si erano infranti contro l’intransigenza della Gran Bretagna. Il nome della nuova moneta, dollar, è mutuato dal dolera del Messico del 1535, che contiene 24,43 grammi di argento fino. Su questa moneta sono incise due linee verticali che simboleggiano le Colonne d’Ercole e che verso la metà del XVIII secolo si sovrappongono ai due emisferi. Il nome dolera è a sua volta il prodotto di successive trasformazioni del termine tedesco thaler o tallero, moneta d’argento battuta dai conti della vallata di Joachimsthaler, sita tra la Sassonia e la Boemia. Al sostantivo dollar è aggiunto l’aggettivo continental a significare che un’isola, la Gran Bretagna, non può dominare un continente, gli Stati Uniti. La guerra e le difficoltà di portare a compimento l’unione delle ex colonie britanniche inflazionarono il dollaro continentale, finché nel 1792 una legge del Congresso definì la moneta del nuovo stato nel dollaro d’argento e nel dollaro d’oro, con contenuti di fino rispettivamente di 24,06 e di 1,6038 grammi, con un rapporto tra i due metalli di 1 a 15. Un anno prima era stata creata la First Bank of the United States, che non ebbe però l’esclusiva dell’emissione cartacea. Con il dollaro d’oro e con quello d’argento nacque anche il simbolo stilizzato del dollaro: due linee verticali attraversate da una S. Il sistema monetario degli Stati Uniti fu dunque in origine bimetallico e su base decimale (v. bimetallismo). Alla scadenza del 1811 lo statuto della banca non fu rinnovato, con la conseguenza di lasciare lo spazio alle banche private nell’emissione di carta moneta. Il disordine indusse nel 1816 a creare la Second Bank of the Unites States, la cui politica di controllo e di disciplina delle emissioni suscitò reazioni un po’ ovunque, per cui anche lo statuto di questa seconda banca centrale non fu rinnovato alla scadenza. Nel 1837 il rapporto oro-argento fu portato ai valori di 1 a 16 e il contenuto di fino del dollaro d’oro fu abbassato a 1,504656 grammi. L’assenza di adeguati controlli favorì la proliferazione di banche di emissione, con risultati sovente disastrosi, che si aggiunsero a quelli della guerra civile. Fu necessario imporre il corso forzoso e nell’imperversare dell’inflazione le monete metalliche scomparvero dalla circolazione. Il corso forzoso fu abolito solo nel 1879, allorché i dollari nordisti, i noti greenbacks, recuperano la parità. Nel frattempo il dollaro degli stati sudisti aveva perduto tutto il suo potere d’acquisto. Altre difficoltà sorsero con la gestione del bimetallismo, già in crisi in Europa, ma infine i fautori del tallone aureo ebbero la meglio e nel marzo del 1900 gli Stati Uniti entrarono almeno ufficialmente in regime di gold standard. L’argento non fu del tutto ripudiato. In seguito alla crisi del 1907 e alla facilità di emettere moneta cartacea gli Stati Uniti si decidono a creare un organismo di controllo federale. Nel 1913 entrava quindi in funzione il Sistema della Riserva federale. Con la prima guerra mondiale fu dichiarato, come altrove, l’embargo sull’oro e fu imposto il corso forzoso. Anche il dollaro si inflazionò, ma nel 1919 recuperò tutto il potere d’acquisto perduto. Di fronte al pericolo bolscevico e alla robustezza del dollaro l’Europa preferì mandare i suoi capitali negli Stati Uniti, contribuendo ad alimentare l’euforia economica e monetaria che trovava nell’assegno bancario il mezzo più comodo per continuare la corsa agli affari. Ma nel 1929 improvvisamente scoppiò la grande crisi, che ebbe termine solo nel 1934, allorché la parità aurea fu modificata dal presidente Roosevelt, che l’abbassò a 0,88867 grammi di fino, con una svalutazione del 40,94%. Il prezzo dell’oro fu portato a 35 dollari per oncia di fino. Contemporaneamente la convertibilità interna del biglietto di banca fu sospesa a tempo indeterminato e ai cittadini fu vietato di possedere oro in misura superiore a 100 dollari a testa. Per un’ulteriore modifica della parità si deve arrivare alla fine del 1971, dopo che il presidente Nixon aveva sospeso, a far data dal 15 agosto, la convertibilità esterna. Con la svalutazione del dollaro del 7,89% decisa con lo Smithsonian Agreement la nuova parità scese a 0,818513 grammi, con un prezzo ufficiale dell’oro di 38 dollari per oncia. Un’ulteriore svalutazione del 10% fu effettuata nel febbraio del 1973, con un prezzo ufficiale dell’oro di 42,22 dollari per oncia di fino. Nei mesi successivi la parità aurea perse di significato, con la conseguenza di rendere il dollaro da allora in poi libero di fluttuare rispetto alle altre monete, senza alcun limite, salvo interventi occasionali delle autorità monetarie.