ANALISI ECONOMICA DELLA CRISI SUBPRIME

Secondo la Riserva Federale (2004) i crediti subprime rappresentano un’evoluzione naturale del sistema del credito. Solo nel 2007 la Riserva Federale ha iniziato ad affrontare i rischi connessi con questi strumenti finanziari.
I crediti subprime, all’origine della crisi, sostenuti dallo sviluppo del mercato immobiliare, sono cresciuti in rapporto al credito "prime" grazie ai tassi d’interesse bassi, alle pratiche predatorie e ai profitti elevatissimi che garantivano. Per mezzo della cartolarizzazione i crediti subprime sono stati incorporati nei fondi d’investimento e rivenduti fuori dagli Stati Uniti; il buon merito di credito di tali fondi è stata la chiave che ha aperto le porte dei mercati e ha incrinato la fiducia degli operatori nel momento in cui la capacità di valutazione è venuta meno. 
Secondo numerose autorevoli analisi le cause della crisi subprime sono sia di natura congiunturale (boom del mercato immobiliare, errata valutazione della rischiosità e manovre di politica monetaria espansive) e strutturale (deregolamentazione finanziaria  e bancaria, speculazione-amore per il rischio) (tra le altre, Gorton 2009 e Oldani, 2008). 
A seguito dello sgonfiamento del mercato azionario americano (2001) e le crisi aziendali (2002-03, Enron tra le altre) la ricchezza finanziaria si è spostata nel settore immobiliare, grazie al credito a basso costo, e in parte posizionata "fuori mercato" (Over The Counter-OTC), grazie alla deregolamentazione spinta dalla filosofia del libero mercato. Il meccanismo di valutazione dei rischi è diventato fondamentale per permettere il fluire delle risorse nel sistema finanziario globale; le agenzie di rating hanno determinato, talvolta in conflitto di interessi, le metodologie per la valutazione del merito di credito e la trasparenza non è stata sempre garantita. A tal proposito si veda l’approfondimento di Mazzoni e Masera
Nel periodo 2001-06 la politica monetaria è stata accomodante, rispetto alle esigenze del sistema finanziario, ha fornito liquidità (nelle principali valute) e alimentato la crescita del credito. I tassi d’interesse delle principali aree economiche sono stati bassi, talvolta addirittura nulli, come nel caso del Federal Fund rate americano nel periodo 2008-09. 
Il risultato della politica monetaria espansiva è stato che gli aggregati monetari più ampi sono risultati fuori controllo, ma questo era il prezzo da pagare per sostenere la crescita. Nel 2006 la Federal Reserve americana ha deciso di non misurare più e di non considerare l’aggregato M3 poiché "ha perso la relazione con l’attività economica", presupposto per un suo utilizzo di policy.
La deregolamentazione bancaria ha permesso la proliferazione finanziaria e la creazione di un sistema bancario "ombra", che ha operato parallelamente a quello tradizionale per raccogliere capitali e finanziarsi, in assenza di un sistema di vigilanza e controllo (i.e. hedge fund, private equity, fondi sovrani). 
La fede nei mercati efficienti, nel liberismo e nella capacità di auto-correzione del mercato è, in estrema ratio, la radice della deregolamentazione. Essa ha permesso la creazione continua di strumenti innovativi, tagliati sulle esigenze degli operatori, che hanno movimentato grandi ricchezze fuori mercato. Questi strumenti sono rientrati nel sistema finanziario e nei portafogli degli operatori attraverso il meccanismo della securitization, con cui si sono impacchettati parti dell’attivo di istituti finanziari, anche ombra, per poi creare fondi che hanno ottenuto un elevato merito di credito dalle agenzie specializzate nel rating. 
Nel corso del 2008-09 le banche centrali americana, europea, giapponese e inglese hanno iniettato quantità crescenti di liquidità nei sistemi finanziari e bancari, per evitare il credit crunch. Hanno inoltre acquistato sul mercato dei titoli che non trovavano altri acquirenti a causa della difficoltà di valutarne la rischiosità. Questa politica monetaria ha spinto a tassi d’interesse reali nulli e ha forse evitato il peggio nel breve periodo. Nel corso del 2010 l'eccessiva esposizione di alcuni paesi ha generato delle crisi di debito pubblico; in particolare la Grecia e l'Irlanda hanno sfiorato la bancarotta e si sono salvate grazie ai fondi straordinari messi a disposizione dall'Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale.
A fine 2010 non è ancora chiara quale possa essere la exit strategy delle banche centrali; la grande liquidità immessa nel sistema potrebbe creare inflazione, che colpisce il sistema produttivo e il mercato del lavoro, già in seria difficoltà a causa della recessione.


Bibliografia
Bernanke B. (2007) The subprime mortgage market, speech at the
Federal Reserve Bank of Chicago’s 43rd Annual Conference on Bank Structure and Competition, Chicago, Illinois, May 17.
González-Páramo José Manuel (2008) Sub-prime crisis, liquidity tensions and central banks: One year on, Member of the Executive Board of the ECB, 2nd Spanish Capital Markets Forum Madrid, 30 September.
Gorton Gary 2009 The subprime panic, European Financial Management, Vol. 15, No. 1, pp. 10-46, January 2009.
Gramlich Edward M. (2004) Subprime Mortgage Lending: Benefits, Costs, and Challenges, The Financial Services Roundtable Annual Housing Policy Meeting, Chicago, Illinois, May 21.
Oldani C. (2008) Governing Global Derivatives, Ashgate, London.
US Federal Reserve (2006), Discontinuance of M3, Federal Reserve Statistics Release.

Redattore: Chiara OLDANI
© 2010 ASSONEBB