DOLO, DISPOSIZIONI PENALI

Il dolo costituisce il normale criterio di imputazione soggettiva dei delitti. Il delitto è doloso, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso che è il risultato della azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della sua azione od omissione (art. 43, comma 1, c.p.). Il legislatore può prevedere delitti tanto caratterizzati da un dolo generico (p.e. l’omicidio doloso, per rispondere del quale l’agente deve prevedere e volere la morte del soggetto passivo), quanto caratterizzati da un dolo specifico (p.e. il furto, che il legislatore ritiene punibile solo quando l’agente s’impossessi della cosa mobile altrui sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto; in altri termini il soggetto agente deve prevedere e volere anche questa ulteriore finalità, il cui raggiungimento non è influente sulla integrazione del fatto di reato). L’intensità del dolo è uno dei parametri sui quali il magistrato è chiamato a quantificare la “gravità del reato” ex art. 133, comma 1, n. 3, c.p. I delitti sono punibili anche a titolo di dolo eventuale. Tale forma di dolo si riconosce nell’ipotesi in cui l’evento tipico del reato non è quello direttamente preso di mira dall’agente quando pone in essere la condotta; esso è rappresentato, invece, come conseguenza possibile della propria condotta, dal soggetto che accetta il rischio della sua realizzazione. Nelle contravvenzioni, poiché ciascuno risponde della propria azione od omissione cosciente e volontaria, sia essa dolosa o colposa (art. 42, ultimo comma, c.p.), il grado della colpa e l’intensità del dolo rilevano con riferimento alla gravità del reato.