DIRITTO DI STABILIMENTO

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Facoltà attribuita dagli artt. 43-38, (ex 52-58) CE alle persone fisiche e giuridiche di uno Stato membro di stabilirsi nel territorio di un altro Stato membro. Essa comporta l’accesso alle attività non salariate e al loro esercizio, la costituzione e la gestione di imprese e inoltre la possibilità di aprire agenzie, succursali o filiali, alle condizioni previste dalla legislazione del paese di stabilimento nei confronti dei propri cittadini. Per attuare il diritto di stabilimento gli Stati membri si impegnavano a sopprimere, durante il periodo transitorio (1958-1969), le restrizioni esistenti e, inoltre, a non introdurre (nel frattempo) nuove restrizioni rispetto alla situazione esistente alla data di entrata in vigore del Trattato di Roma. A sua volta, il Consiglio dell’UE si impegnava a stabilire, entro la fine della prima tappa del citato periodo transitorio (1961), un programma generale per la soppressione delle restrizioni alla libertà di stabilimento, da realizzarsi poi attraverso l’emanazione di specifiche direttive. Dall’attuazione del diritto di stabilimento negli Stati della Comunità, sono escluse le attività che nello Stato interessato partecipano, sia pure occasionalmente, all’esercizio dei pubblici poteri; e inoltre, gli Stati mantengono la facoltà di applicare quelle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative che prevedono un regime particolare per le persone fisiche e giuridiche straniere giustificate da motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica. Per quanto concerne l’attività bancaria, in base al programma generale predisposto dal Consiglio alla fine del 1961 era previsto che nell’arco di due anni fossero abolite tutte le discriminazioni di nazionalità concernenti l’accesso e l’esercizio delle attività bancarie nei paesi membri. La FBE (Fédération Bancaire de l’Union Européenne) nel 1964 rilevò che la normativa esistente sul diritto di stabilimento nei paesi della CE già sembrava porre le banche estere e nazionali su di un piano di sostanziale parità; l’apertura di filiali oltre frontiera avveniva comunque nei limiti in cui le banche, per il regolamento delle transazioni internazionali, non preferissero ricorrere a una rete adeguatamente estesa di corrispondenti. Il Consiglio, tuttavia, a partire dal 1973, ha emanato diverse direttive miranti ad attuare più concretamente la libera circolazione dei servizi bancari nella CE (si ricordano, in particolare, la dir. 73/183/CE, del Consiglio del 28.6.1973 per la soppressione delle restrizioni alla libertà di stabilimento e alla libera prestazione dei servizi nel campo delle attività non salariate delle banche e degli altri istituti finanziari, attuata in Italia con la deliberazione del 4.6.1976 del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio; e la prima direttiva del Consiglio 77/780/CE del 12.12.1977, relativa al coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative riguardanti l’accesso all’attività degli enti creditizi e il suo esercizio, direttiva più volte modificata e attuata in Italia con la l. n. 74 del 5.3.1985 e con il d.p.r. 27.6.1985 n. 350. Essa è stata modificata, per quanto riguarda l’elenco delle esclusioni permanenti di taluni enti creditizi, dalla dir. 86/524 del 27.10.1986. Detta produzione normativa è culminata con l’emanazione della seconda dir. 89/646/CE del 15.12.1989, relativa al coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative riguardanti l’accesso all’attività degli enti creditizi e il suo esercizio, attuata in Italia con d.lg. 14.12.1992 n.481 (v., più analiticamente, libertà di prestazione dei servizi).