DEREGOLAMENTAZIONE FINANZIARIA

Negli anni recenti la riflessione sui limiti e gli effetti del processo di deregolamentazione nei mercati finanziari ha trovato ulteriori spazi di approfondimento. Infatti, riconosciuta l’entità dei vantaggi che l’intera economia può trarre da un sistema finanziario esposto agli stimoli della concorrenza con le conseguenti ricadute in termini di produttività e di efficienza, forti stimoli al ripensamento del quadro teorico e operativo della deregolamentazione sono venuti da un numero crescente di casi di crisi di intermediari finanziari, come il collasso del sistema delle casse di risparmio (Savings and Loan Associations- S&Ls) negli Stati Uniti durante gli anni Ottanta oppure le insolvenze bancarie degli anni Novanta nei Paesi scandinavi. In particolare sembrano essere emersi due concetti chiave nella valutazione degli effetti della deregolamentazione in ambito finanziario: a) una deregolamentazione benefica e comportante rischi limitati per la stabilità del sistema finanziario deve riguardare prevalentemente gli aspetti strutturali della regolamentazione (controlli sui tassi e sui prezzi dei servizi, vincoli alla crescita del volume di intermediazione, attività consentite sotto riserva di legge e specializzazione operativa, norme sullo stabilimento territoriale, barriere all’entrata ecc.); b) è opportuno che la deregolamentazione venga pianificata in modo coerente e coinvolga sin dall’inizio un insieme prestabilito di intermediari e aspetti operativi, evitando che le spinte alla liberalizzazione si scatenino dopo una prima fase unicamente come risposta a problemi di insolvenza di alcune categorie di intermediari (come è invece accaduto con le S&Ls statunitensi). Discende dal primo punto che solo limitatamente la deregolamentazione può concernere gli aspetti prudenziali della normativa (coefficienti di bilancio relativi a solvibilità, liquidità ecc.). Anzi un’appropriata disciplina prudenziale può essere varata proprio allo scopo di accompagnare una deregolamentazione strutturale, attutendone i riflessi negativi per la stabilità del sistema. Il secondo punto (b) è probabilmente il miglior insegnamento delle crisi finanziarie recenti. Per esempio nel caso delle S&Ls americane, dopo l’iniziale abolizione dei limiti alla fissazione dei tassi sulla raccolta, la concessione alle stesse della possibilità di operare in strumenti derivati, di offrire mutui ipotecari a tasso variabile, di assumere in portafoglio junk bonds, la stessa revisione di alcuni criteri di valutazione ai fini della formazione del bilancio, sono tutti inquadrabili ex post come tentativi (comunque implicanti deregolamentazione, sia prudenziale che strutturale) di salvare le casse dal fallimento. Sotto questo profilo, sia l’UE con la seconda direttiva di coordinamento bancario, sia l’Italia dalla metà degli anni `80 e da ultimo con il TUBC hanno prestato particolare attenzione alla disciplina prudenziale nel momento in cui molti vincoli strutturali vengono allentati. Guardando ai fatti, il termine deregolamentazione appare un po’ improprio se applicato alle attività finanziarie (v. deregulation). Le istituzioni finanziarie sono state modificate profondamente da un processo di rinnovamento che ha coinvolto tutti gli intermediari (non solo le banche) e tutte le grandi piazze finanziarie del mondo. Queste trasformazioni sono state imposte in parte da un’imponente invasione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (si pensi alla borsa telematica e alla informatizzazione del lavoro in banca) e, in parte, dalle politiche verso la liberalizzazione del mercato. A loro volta queste politiche si fondano sulla fiducia nei benefici della concorrenza e hanno portato a importanti processi di privatizzazione degli operatori (si pensi alle vicende delle banche italiane ex pubbliche e al sistema di organizzazione e di gestione delle borse). La globalizzazione dei mercati ha contribuito ad accelerare i processi di trasformazione che, però, non hanno svincolato gli operatori da limiti e controlli. L’esperienza italiana con la riforma bancaria e finanziaria culminata nel TUBC (d.lg. 1.9.1993 n. 385) e nel TUF (d.lg. 24.2.1998 n. 58) prova che gli intermediari più che diminuire hanno visto accrescere gli obblighi e i controlli, fino a trovarsi in uno stato di assoluta obbligatoria trasparenza nei confronti delle autorità e, quindi, di completa soggezione ai loro controlli e ai loro provvedimenti.