DENARO (Enciclopedia)

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1. Definizione e proprietà del denaro

Il denaro è l’unico bene che può essere scambiato con qualsiasi altro bene. Come tale, esso esprime la "fungibilità" delle cose nel senso che "incorpora quell’elemento o quella funzione delle cose per cui esse sono economiche. Tale funzione non esaurisce la totalità delle cose, ma costituisce la totalità del denaro" (Simmel, p.195). 
Il denaro nasce come strumento. Esiste per facilitare confronti e per mediare gli scambi che ne risultano. La condizione economica (di scarsità) dell'uomo spinge allo scambio; e le cose non hanno un valore in sé, ma lo acquistano quando vengono confrontate l’una con l’altra al fine di determinare, per ciascuna di essa, con quali altre cose possa essere scambiata. Si spiegano così le sue principali funzioni: quella di mezzo di scambio, vale a dire di strumento delle transazioni, e di unità di conto, vale a dire di unità di misura rispetto a cui viene determinato il valore di scambio dei beni.
La natura strumentale del denaro è costituita dalla generalità degli usi a cui esso può essere destinato. Infatti, "uno strumento sarà tanto più importante e prezioso, quanto maggiore sarà il numero dei fini a cui può eventualmente servire (…). Si può formulare questa situazione dicendo innanzitutto che il valore di ogni singola quantità di denaro supera il valore di ogni singolo determinato oggetto che può essere scambiato con essa, perché il denaro concede la chance di scegliere invece di questo un qualsiasi altro oggetto nell’ambito di una cerchia illimitatamente grande" (Ivi, p.310-311).
Una delle proprietà del denaro è quella di essere impersonale. Partecipando di ogni scambio propriamente economico, il denaro è "espressione e mezzo della reciproca dipendenza degli uomini, della loro relatività, che fa sempre dipendere il soddisfacimento dei desideri degli uni dall’interazione con gli altri" (Ivi, p.232). E ciò significa che esso trascende ciascuna di queste persone considerata come entità isolata e, più in generale, la particolarità e l’unilateralità di tutte le sue forme empiriche. In un’economia monetaria, il pagamento in denaro è la forma più compiuta di obbligazione generica, che come tale affranca la relazione da un oggetto specifico o da una persona specifica: attraverso tale pagamento, il debitore si libera da qualunque prestazione di carattere personale e il creditore utilizza il denaro incassato per ottenere sul mercato, da chi è volontariamente disponibile, i servizi di cui ha bisogno. In tal senso, l’uso del denaro presuppone e alimenta da parte dei fruitori un atteggiamento distaccato e neutrale quale si conviene a ciò che viene assunto come uno strumento e non come uno scopo a sé stante. 
Altra proprietà del denaro è la sua natura astratta. In particolare, il denaro è astratto nel senso che esprime l'economicità delle cose, cioè la loro scambiabilità, rilevando esclusivamente gli aspetti quantitativi della realtà e prescindendo dalle finalità individuali e dai contenuti specifici. Ossia: il denaro è per sua natura quantitativo perché esprime numericamente attraverso un determinato ammontare (il prezzo) la fungibilità delle cose. Si presta pertanto a un processo mentale particolare che è il calcolo dei costi e dei ricavi. E fa in modo che la cooperazione tra gli individui non coinvolga i fini che le parti intendono perseguire: non sono quindi rilevanti le motivazioni soggettive che spingono gli individui all’azione. 
Adam Smith (1975) ci ha insegnato che ciascun individuo agisce mosso dall’esigenza di perseguire i propri fini. E che, tuttavia, poiché ognuno ha bisogno della cooperazione di altri, deve fornire a questi i servizi che essi richiedono in cambio. Ognuno è cioè chiaramente interessato ai propri scopi ma per raggiungerli deve cooperare con le controparti. E così favorisce, sia pure inintenzionalmente, il benessere altrui. In tal senso, la prosperità pubblica è il risultato non programmato delle azioni che ciascun individuo pone in essere per conseguire, tramite la libera cooperazione, le proprie finalità. Ebbene, nel campo squisitamente economico, questo risultato è reso possibile dall’esistenza del denaro, che ha come precondizioni la proprietà privata, l’autonomia individuale e la conseguente trama interattiva, da cui nasce il sistema dei prezzi monetari. In un’economia articolata tramite il denaro, ogni bene ha un suo prezzo e ciò comporta che chi cede un bene possa utilizzare il ricavato per qualunque altra finalità. La stessa libertà è conseguita simmetricamente dall’acquirente che ottiene quel che gli occorre, e per le finalità che desidera, nello stesso momento in cui è in grado di pagare il prezzo richiesto sul mercato. Accade cioè che normalmente forniamo agli altri (e gli altri forniscono a noi) i mezzi necessari per il raggiungimento di scopi che non conosciamo e che, se conoscessimo, potremmo non condividere. Non ci sono pertanto problemi di reciproca accettazione delle finalità perseguite. E ciò conduce a una straordinaria crescita degli scambi e a un contemporaneo ampliamento delle dimensioni della cooperazione sociale1.

2. Origini del denaro

Il denaro è un’entità numerica, costituita cioè da un insieme di numeri naturali usati per esprimere e misurare il valore dei beni scambiati tra gli individui in un dato mercato. Per svolgere questa funzione esso necessita di un supporto fisico anche se non di una specifica sostanza fisica. Tanto è vero che storicamente il supporto materiale del denaro, a partire dalle merci ai metalli preziosi arrivando ai bits della memoria di un elaboratore elettronico, è cambiato costantemente. E ciò che rimane invariato è il concetto di denaro come "mezzo" utilizzato per raggiungere il "fine" dello scambio2
Il denaro dunque è sempre stato "incorporato in una sostanza tangibile" (Ivi, p.187). Dunque, se da un lato esso esprime una funzione, dall’altro si presenta come un oggetto, e in quanto tale ha una dimensione sostanziale che lo rende comparabile con altri oggetti, soprattutto quelli il cui valore economico il denaro stesso permette di valutare e di trasferire. 
Ogni volta che, in un determinato contesto, lo sviluppo sociale ha indotto gli individui ad adottare determinate categorie d’oggetti come simbolo generale e portatore del valore per rendere più facili e sicuri i loro rapporti economici, la prima categoria di oggetti che essi hanno selezionato è stata generalmente una categoria che tutti erano d’accordo nel trovare utile, sia dal punto di vista sostanziale che simbolico. Per esempio, se l’etimologia del termine "pecunia", usato spesso come sinonimo di denaro, è legata al termine pecus che in latino vuol dire "pecora" è perché presso le antiche tribù dedite soprattutto alla pastorizia questo animale aveva un significato economico universale che lo rendeva suscettibile di essere utilizzato anche come unità monetaria. Con il progredire della civiltà, ai capi di bestiame si sono via via sostituiti beni che non sono più in grado di soddisfare direttamente e concretamente gli stessi bisogni umani che poteva soddisfare un animale che può essere tosato, munto, cucinato, mangiato, e via dicendo; beni che, tuttavia, avevano la qualità di essere più stabili, maneggevoli, trasportabili, custodibili. Tra questi, all’inizio, conchiglie, semi di cacao, tè; in seguito, metalli più o meno preziosi, come oro, argento e rame (fino ad arrivare alla moneta cartacea), i quali venivano accettati volontariamente da chiunque in cambio di certe merci portate sul mercato. E ciò avveniva, anche quando gli individui che accettavano lo scambio non avessero un bisogno immediato di tali beni o lo avessero già completamente soddisfatto. In tal senso, l’evoluzione dei tempi vede il progressivo prevalere della funzione rispetto alla sostanza del denaro, dal momento che ciò che conta in maniera sempre più esclusiva è la capacità del denaro di rappresentare il valore economico. In particolare, con l’affermazione della società moderna, al processo spontaneo di oggettivazione caratterizzato dall’incorporazione del denaro in una base o veicolo materiale individuabile concretamente e costante nel tempo, da utilizzare come mezzo di commutazione dei bisogni tipico delle società-pre-moderne3, si è sovrapposto un processo di astrazione in cui il "denaro-oggetto" cede progressivamente il passo al "denaro-segno" (per esempio la banconota o la carta di credito), astratta fictio di una promessa di pagamento. Un processo di smaterializzazione, questo, che ancora oggi è in atto. Il potente sviluppo della tecnologia informatica oggi consente infatti la possibilità di effettuare scambi (di beni e servizi contro moneta) mediante il ricorso al cosiddetto "denaro elettronico"4, basato cioè su un supporto informatico o cyber-supporto, il quale risulterebbe sganciato da qualsiasi referente oggettivo e tangibile, sia esso il metallo delle monete, la carta delle banconote o finanche la plastica delle carte di credito nel caso di transazioni esclusivamente digitalizzate (come per esempio un trasferimento da un conto bancario a un altro mediante operazioni informatiche tra le banche coinvolte)5
Ciò nondimeno, quale che sia la "sostanza tangibile", il supporto fisico del denaro conserva le proprietà minimali rispondenti praticamente a esigenze di versatilità negli scambi e di sicurezza nell’identificazione; e consente al denaro di indicare che il suo possessore è virtualmente proprietario di qualsiasi bene, o virtualmente beneficiario di qualsiasi prestazione, che può ottenere con il valore posseduto e attestato sia in forma cartacea che metallica o informatica6. Quanto è apparso chiaro con la "rivoluzione marginalista" e cioè che un oggetto assume la qualità di bene non per qualcosa di intrinseco allo stesso oggetto, bensì per la ragione di essere giudicato, da parte dell’attore, idoneo a soddisfare un proprio bisogno, vale a maggior ragione per tutte le "cose" usate di volta in volta nel corso dell’evoluzione delle società come denaro, alle quali è stata riconosciuta la qualità di "bene" in virtù del rapporto in cui si sono trovate verso gli uomini; un rapporto, cessato il quale, hanno cessato di essere tali7.
La scienza si è da sempre, e lungamente, interrogata sulle modalità per cui alcune "sostanze" o merci siano uscite dalla cerchia di tutte le altre e siano divenute mezzi di scambio, cioè denaro nel senso più ampio del termine.
Nell’Etica Nicomachea Aristotele afferma che la moneta, qui assunta come sinonimo di denaro, "è detta in greco ‘cosa legale’ (nomisma) perché sorge non per natura ma per legge (nomos) e sta in nostro potere il mutarla e renderla fuori uso" (Aristotele, 1981, p.120). E già Platone nel De Repubblica aveva parlato del denaro come segno convenzionale per lo scambio8
A questa interpretazione che riconduce il fenomeno dell’origine del denaro a una convenzione o a un atto legislativo si contrappone l’interpretazione secondo cui il denaro, non diversamente da altre istituzioni sociali, sarebbe "la risultante non prevista di attività specificamente individuali dei membri di una società" (Menger, 1996, p.162). In particolare, la risultante non prevista di azioni individuali poste in essere per superare le difficoltà poste in essere da un’economia fondata sul baratto9, dove affinché lo scambio avvenga è necessario il realizzarsi della condizione della "doppia coincidenza dei bisogni", tale per cui un individuo che disponga di un determinato bene e voglia scambiarlo con un altro deve trovare un altro individuo che contemporaneamente abbia quel bene che egli domanda e intenda scambiarlo proprio col bene che egli offre. In altri termini, il baratto è soggetto al problema del tempo e dello spazio nel senso che chi vuole scambiare merci di tipologie assai diverse può farlo solo quando entrambe le merci sono disponibili nello stesso tempo e nello stesso spazio.
Per ovviare a questo inconveniente che limitava pesantemente la circolazione dei beni o li confinava in ogni caso entro limiti molto circoscritti, dunque, gli individui hanno cominciato ad individuare un certo numero di beni che, in quanto più facilmente smerciabili, trasportabili, durevoli e divisibili in determinate circostanze di tempo e di luogo, potessero essere accettati in cambio da tutti e perciò permutati con qualsiasi altra merce. In questo modo, veniva superato il problema della "doppia coincidenza del bisogno" dal momento che quel bene scambiato consuetudinariamente con qualsiasi altro bene creava le condizioni affinché, nello scambio, l’atto d’acquisto di un bene potesse essere separato fisicamente e temporalmente dall’atto di vendita di un altro. Da cui, la funzione del denaro come residenza temporanea di potere d’acquisto dal momento che il denaro consente di trasferire potere d’acquisto nel tempo.
Lo scambio di merci meno richieste contro merci la cui domanda era di gran lunga superiore ha pertanto "il suo fondamento nell’interesse economico di ogni singolo individuo economicamente agente. Ma la conclusione effettiva dell’operazione di scambio presuppone la conoscenza di questo interesse da parte degli attori economici che dovrebbero accettare, in forza di quelle caratteristiche, un bene per loro forse del tutto inutile di per sé in cambio della propria merce" (Ivi, p.161).
E’ il potente influsso dell’uso e della consuetudine e non una convenzione o un’imposizione legislativa a favorire questo processo. Infatti, "all’inizio soltanto un certo numero di soggetti economici comprenderà il vantaggio di accettare altre merci più richieste in cambio delle proprie, quando un immediato scambio contro beni d’uso sia impossibile o altamente improbabile. Questo vantaggio di per sé è indipendente dal generale riconoscimento di una merce come denaro, perché sempre e comunque avvicina in maniera considerevole il singolo attore economico al proprio scopo, ossia al conseguimento dei beni d’uso a lui necessari" (Ivi, p.162). Tuttavia, dal momento che la consapevolezza che gli individui hanno del loro interesse economico è funzione anche della percezione del successo economico di chi ha sperimentato il mezzo più adeguato per ottenerlo, è chiaro che "nulla può aver favorito la nascita del denaro come il fatto che i soggetti economici più avveduti e capaci accettassero regolarmente e continuamente, per il loro interesse, merci altamente richieste al posto di ogni altra" (Ibid.). 
La nascita del denaro quale esito del bisogno degli individui di raggiungere i propri scopi e della loro reciproca dipendenza per il soddisfacimento dei rispettivi interessi è emblematico dunque di un sistema di cooperazione sociale che si svolge grazie al fatto che gli individui hanno compreso di potersi arrecare reciprocamente dei benefici senza doversi accordare sugli scopi singolarmente perseguiti bensì solo sui mezzi per conseguirli. "Questa scoperta", ha scritto Friedrich von Hayek, "(…) ha portato alla creazione della Grande Società" (Hayek, 1986, p.316). La società cioè fondata sull’ordine di mercato, cui spetta il merito di non avere una gerarchia conosciuta di fini e, dunque, di rendere possibile la libertà individuale e la convivenza di una pluralità di valori e di visioni del mondo rinunciando alla pretesa di "fondamenti certi". In tal senso, l’ordine di mercato ha così posto in essere un processo evolutivo che si è accompagnato all’affermazione della società moderna10.

3. Denaro e modernità

Esiste un legame storicamente inscindibile tra denaro, mercato e modernità. La nascita della società moderna coincide infatti con la piena affermazione del mercato quale istituzione collocata al centro della vita economica, in cui gli scambi sono regolati esclusivamente dalla legge della domanda e dell’offerta e i fattori impiegati nella produzione, ivi compresa la forza-lavoro, sono pagati in denaro e, in cambio dei beni e dei servizi, si accetta solo denaro. Ma lo scambio ospitato dal mercato è "la più impersonale delle relazioni di vita pacifiche nelle quali più persone possono entrare fra loro" (Weber, 1968, p.620), nel senso che quello che si perfeziona all’interno del mercato "è l’archetipo del contratto di scopo, quale stipulazione specifica nella sua essenza e funzione, determinata e delimitata quantitativamente, indipendentemente da caratteristiche qualitative, astratta e normalmente condizionata soltanto da motivi economici" (Ivi, p.26). E ciò è possibile proprio perché nella società di mercato ogni pagamento è espresso in denaro, il quale, in virtù del suo carattere impersonale e della sua assoluta neutralità e astrattezza, "raggiunge questa libertà dal ‘come’ per lasciarsi determinare esclusivamente in base al ‘quanto’"(Simmel, p.405).
Al di sopra e al di là delle sue funzioni economiche, tuttavia il denaro simboleggia e incorpora più in generale lo spirito moderno della razionalità, della calcolabilità e della impersonalità che ha finito per prevalere sulla più vecchia concezione del mondo che accordava supremazia alla tradizione. 
Ne La Filosofia del denaro pubblicato nel 1900, il sociologo tedesco Georg Simmel ha sottolineato la funzione sociale del denaro quale espressione e strumento di reciproca dipendenza tra gli uomini destinato ad assumere un’importanza crescente con il progressivo sviluppo e mutamento della società moderna. 
Egli ha considerato in primo luogo l’accentuata intellettualizzazione dell’esistenza contemporanea in rapporto con la natura squisitamente strumentale del denaro11. Un orientamento, questo, a superare le componenti valutative ed emotive dell’azione umana, col prevalere dei "mezzi" sui "fini", che si manifesta in particolare nella disposizione tipica della società moderna alla misurazione e al calcolo e nell’importanza accordata alla precisione. E ha considerato l’accelerazione che il denaro è stato in grado di imprimere al ritmo dell’esistenza umana per la sua capacità di rendere mobili e di trasferire i valori. Ma soprattutto egli ha considerato il rapporto che il denaro ha per sua natura con la libertà. E questo sotto molteplici punti di vista: innanzitutto il denaro conferisce alle persone che lo posseggono "quello che potremmo chiamare l’aspetto potenziale della possibilità" (Poggi, 1998, p.150), nel senso che "si presta a codificare ed esprimere tutto un ventaglio di preferenze e il peso che esse rispettivamente occupano nella valutazione del soggetto" (Ivi, p.151). In tal senso, grazie al fascino esercitato dal miraggio del suo illimitato potere d’acquisto, il significato del denaro coincide con quello di potere; il potere di vendere tutto e comprare tutto. Inoltre, dal momento che le transazioni monetarie non comportano nessun impegno né coinvolgimento emotivo da parte di chi le effettua, il denaro libera l’individuo perché impegna solo minimamente il suo essere, offrendo ciò nondimeno alla personalità molte più occasioni di esprimersi e di svilupparsi. A differenza di qualsiasi altro oggetto, infatti, il denaro può essere posseduto in maniera molto più piena, flessibile e incondizionata senza che il soggetto che lo possiede sia obbligato a confrontarsi con qualcosa che gli resista. Infine, grazie alla sua capacità di passare rapidamente di mano in mano, il denaro sembra conferire alle azioni umane un grado crescente di libertà nella misura in cui permette alle persone di inserirsi in reticoli di rapporti individuali sempre più numerosi, ampi e differenziati. 
C’è poi sul piano socio-politico una correlazione assai stretta tra economia di mercato e società libera. In un’economia in cui il denaro è il denominatore comune di tutti gli scambi, è possibile il calcolo dei costi e dei ricavi. Imporre autoritativamente i prezzi, sottraendoli alla regolazione della legge della domanda e dell’offerta, ammesso pure che un organo centrale di pianificazione possa effettivamente conseguire e controllare per intero questo processo12, significherebbe invece sopprimere la concorrenza e il mercato e dunque creare le condizioni per l’affermazione e lo sviluppo di società che rappresentano la negazione della libertà quali quelle storicamente realizzatesi con i regimi totalitari13
Ciò nondimeno, l’incidenza del denaro sulla cultura, la mentalità, lo stile dell’esistenza della società moderna ha il suo lato oscuro. I rapporti individuali che gli uomini intrattengono tra loro, per esempio, sono sì sempre di più e sempre diversi, ma per ciò stesso sempre più anonimi, distanti e, a ogni modo, dettati da considerazioni di carattere oggettivo. Questo perché "il fatto che le parti si accostino alla transazione con un tipo completamente diverso di interessi, aggiunge all’antagonismo, che l’opposizione degli interessi provoca a priori, un nuovo carattere di estraneità" (Simmel, 1984, p.672). E il materialismo che scaturisce da un mondo incentrato sul denaro la cui coerenza deriva esclusivamente da rapporti oggettivi tra le sue componenti è associato a un orientamento tendenzialmente secolarizzato da parte dell’uomo moderno sempre meno incline a conformare i propri comportamenti a credenze e valori trascendenti. Inoltre, è vero che il denaro libera l’uomo permettendogli potenzialmente l’accesso ad ogni bene, tuttavia, proprio per questa sua capacità, rischia di diventare il centro delle aspirazioni della maggior parte degli uomini tanto che "da mezzo assoluto (…) acquista il significato psicologico di fine assoluto" (Ivi, p.347).
La modernità dunque intensifica l’esperienza dell’alienazione, vale a dire quel processo di autonomizzazione dei prodotti umani tale per cui essi si distanziano progressivamente dalle intenzioni e dai progetti in base ai quali sono stati realizzati14. Un fenomeno questo che nella società globale di oggi non può che essere destinato a acuirsi col raggiungimento del limite ultimo del processo di astrattezza a cui corrisponde la progressiva scomparsa del denaro-merce risucchiato dallo scorrere dei flussi elettronici del denaro "virtuale". Sempre più astratto e simbolico e sempre più centrale nello sviluppo e nel funzionamento della società attuale (si pensi all’importanza solo delle operazioni del mondo finanziario-capitalistico), con la sua progressiva dematerializzazione il denaro, infatti, può vedere potenziata la sua capacità invasiva, rendendo l’esistenza degli uomini sotto molti aspetti ambigua, irrequieta e soprattutto sempre più sfuggevole al loro indirizzo e controllo15
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1A questo riguardo, cfr. Hayek (1986, p.316 e ss.).
2Questa distinzione tra il denaro come concetto relativo a usi, intenzioni, credenze, valori e fatti sociali e il supporto materiale attraverso il quale si è storicamente declinato è alla base della considerazione secondo cui "denaro" e "moneta" non sono la stessa cosa, essendo il primo un concetto riferito a qualunque cosa i membri di una società considerino scambiabile e la seconda un oggetto specifico che ha valore di denaro fin quando è accettato per tale. Cfr. Turri (2009), dove peraltro si sostiene che la confusione prodotta dalla mancata precisazione dell’esatto significato dei due concetti è spesso all'origine delle crisi finanziarie e dei riflessi di queste sull'economia reale.
3Per un’analisi del significato assunto dal denaro nelle economie pre-moderne risulta paradigmatico a questo proposito il lavoro di Polaniy. Cfr., per esempio, Polaniy (1987) in cui viene analizzata la storia e il ruolo svolto dal "cauri", la conchiglia-denaro, simbolo di potenza, fertilità e magia all’interno di alcune società primitive africane. 
4La diffusione del denaro elettronico ha sollevato il problema del cyber-supporto, di sapere cioè se questo possa essere considerato supporto fisico del denaro, considerando che, secondo una versione abbastanza diffusa, tutto ciò che è virtuale deve essere concepito come qualcosa di etereo e, in ogni caso, ben distinto dalla realtà fisica. E dunque se si possa considerare superata la concezione del denaro quale mezzo di scambio incorporato necessariamente in una "sostanza tangibile". A questo riguardo tuttavia si è sostenuto che il cyber supporto del denaro occupa uno spazio in virtù del fatto che è registrato in supporti informatici costituiti da oggetti fisici. E che pertanto l’introduzione e lo sviluppo del denaro elettronico si pongono in totale continuità con la genesi e l’evoluzione storica del denaro che ha portato a un continuo alleggerimento del supporto fisico monetario: dalle merci, ai metalli preziosi, alla carta, per giungere ai bits. Cfr. Beretta Piccoli -Rossi (2008).
5E’ questa la fase del passaggio dal denaro-segno al "denaro-rete", così definito per la sua capacità di estendersi a forma di rete rendendo più veloci e potenzialmente infinite le transazioni ma soprattutto grazie al miraggio del suo illimitato potere di acquisto, di sormontare e superare le distanze sociali. Sulla affermazione del denaro-rete, quale ultima fase del processo di astrazione, cfr. Gambescia (2007).
6A questo proposito il filosofo Searle (1995) ha assegnato al denaro una funzione di "status" (nel caso specifico, lo status di creditore di potere d’acquisto da parte del portatore), cioè una funzione che, secondo la sua definizione, sarebbe in grado di realizzare non in virtù della sua costituzione fisica; bensì unicamente grazie al fatto che esso, in un certo contesto, è concepito come in grado di farlo. Da qui la sua convinzione che "il denaro è denaro solo perché la gente crede sia denaro" (Ivi, p.42).
7Uno dei capisaldi della teoria marginalista è, infatti, la teoria soggettivistica del valore secondo cui, come ha scritto Carl Menger che insieme a William Stanley Jevons e a Leon Walras ha legato il suo nome proprio a tale teoria, la qualità di un bene non è inerente ai beni, non è una loro proprietà, ma ci si presenta come un rapporto in cui si trovano certe cose verso gli uomini, un rapporto scomparso il quale i beni cessano di essere tali. Cfr. Menger (2001, pp.49 e ss.).
8Cfr. Platone (2008).
9Questo approccio di tipo evoluzionistico è quello che, dalle riflessioni di Hume, Smith, e prima ancora di Mandeville, giunge a Carl Menger e alla Scuola Austriaca di Economia. Ad essa si deve la formulazione di una teoria sociale che ha fatto dei risultati inintenzionali delle azioni individuali il proprio tema centrale, dimostrando per esempio che la maggior parte delle norme e delle istituzioni (oltre al denaro, il linguaggio, il diritto, il mercato, ecc.) sono nate senza essere state progettate coscientemente da qualcuno, cioè spontaneamente quale risultato della composizione di azioni individuali dirette a scopi diversi rispetto a quelli effettivamente perseguiti. Per una breve sintesi, cfr. Fallocco (2002).
10La tesi secondo cui l’avanzata del mercato è "matrice" del processo di modernizzazione è sostenuta da Lorenzo Infantino, il quale ha sottolineato che non è la secolarizzazione la condizione necessaria della modernizzazione, dal momento che essa è "una conseguenza dell’affermazione del mercato e della necessità di aprirsi allo scambio, rinunciando a un unico credo filosofico o religioso imposto come fonte di legittimazione del potere politico e come inderogabile obbligo" (Infantino, 2008, p.67).
11Per un’analisi critica di questa fondamentale opera di Simmel, cfr. Poggi (1998).
12Tale pretesa di pieno controllo del sistema dei prezzi necessiterebbe, infatti, di una perfetta conoscenza delle informazioni che orientano le preferenze e dunque le scelte degli operatori economici. Ma ciò non è possibile perché come insegnano i più autorevoli esponenti della Scuola Austriaca di Economia (soprattutto Mises e Hayek) la conoscenza umana non può che essere parziale, fallibile e dispersa tra milioni di individui tant’è che è impossibile per chiunque centralizzarla e divenire così portatore esclusivo di un sapere superiore. E’ proprio sulla base di queste considerazioni che, per esempio, Ludwig von Mises poté diagnosticare con grande lungimiranza, già all’inizio del XX secolo, il fallimento dei regimi socialisti. Cfr. Mises (1990).
13Al contrario, lo sviluppo della società di mercato e, dunque, l’esistenza del sistema dei prezzi quale espressione delle preferenze individuali è solitamente associata all’affermazione di processi di democratizzazione. Il denaro, infatti, per le sue proprietà, è un mezzo "democratico" perché è garanzia oltre che di libertà anche di uguaglianza perché tende a porre sullo stesso piano tutti gli individui senza tenere conto di rapporti di carattere particolaristico. Ciò nondimeno, il rapporto denaro-democrazia è stato sempre particolarmente problematico essendo i regimi democratici potenzialmente più esposti all’influenza delle oligarchie economico-finanziarie. A questo riguardo, cfr. Fisichella (2006).
14Il tema dell’alienazione quale fenomeno inerente alla condizione dell’uomo moderno costituisce un elemento centrale della teoria sociale a partire, in particolare, dalla riflessione filosofica di Hegel il quale faceva riferimento al concetto di alienazione come risultato dell’estraniamento dello spirito da se stesso per proiettarsi al di fuori di sé diventando natura. Cfr. Hegel (1973). E’ stato tuttavia Marx a approfondire questo tema utilizzando la nozione di alienazione come strumento concettuale per criticare la condizione dei lavoratori sfruttati all’interno del sistema capitalistico. Cfr. Marx (1975). L’idea secondo cui i rapporti e i prodotti umani possono autonomizzarsi tanto da diventare qualcosa di diverso rispetto alle intenzioni per cui sono stati posti in essere è presente altresì in Weber. Si consideri, per esempio, le sue riflessioni sulla "gabbia di acciaio", metafora che egli usò per rappresentare la condizione dell’uomo nella società moderna burocratizzata quale risultato dei processi di razionalizzazione a trasformare i mezzi in fini. Cfr. Weber (1982).
15Cfr. Maniscalco (2005).
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