Capital Asset Pricing Model (CAPM)

Modello molto noto in finanza dovuto a William Forsyth Sharpe (1964) con contributi di John Lintner (1965), Jack Treynor (1965) e Jan Mossin (1966). Esso sostiene che il tasso di rendimento d’equilibrio di una qualsiasi attività rischiosa può essere espresso come funzione della covarianza dell’attività con il portafoglio di mercato. Se valgono le ipotesi seguenti: 1) gli investitori presenti sul mercato sono razionali ed avversi al rischio e massimizzano una funzione d’utilità attesa di fine periodo; 2) le aspettative sui rendimenti delle attività sono omogenee per tutti gli investitori; 3) i rendimenti si distribuiscono secondo una normale; 4) i mercati sono efficienti e non esistono costi di transazione; 5) esiste una attività certa (priva di rischio) al cui tasso di rendimento gli investitori possono dare e prendere a prestito. Il rendimento atteso di una attività rischiosa è pari al rendimento dell’attività certa più un premio per il rischio, cioè E(Ri) = RF + ßi(E(RM) - RF), dove E(Ri) è il rendimento atteso dell’i-esima attività, RF è il tasso di rendimento dell’attività certa, ßi è il “beta” dell’i-esima attività ed è dato dal rapporto tra la covarianza del rendimento dell’i-esima attività e il rendimento del portafoglio di mercato e la varianza del rendimento del portafoglio di mercato ed E(RM) è il rendimento atteso del portafoglio di mercato. Il coefficiente βi è una misura della volatilità dell’i-esimo investimento poiché misura la risposta del rendimento dell’attività i-esima a variazioni del rendimento dell’intero mercato. I titoli con un beta maggiore di uno tendono ad avere rendimenti più alti di quello de mercato e quelli con un beta minore di uno rendimenti più bassi di quello di: mercato. Il successo che questo modello ha avuto dipende essenzialmente da tre fattori: 1) è lineare e quindi facilmente trattabile; 2) mette in luce il trade-off che esiste tra rischio e rendimento, in quanto un titolo più rischioso presenterà in equilibrio un rendimento più elevato; 3) permette di scomporre il rischio totale di un’attività in due parti: il rischio sistematico, misurato dal coefficiente β, dovuto alla congiuntura economica, e quello non sistematico, indipendente dalla situazione economica. La misura rilevante dei rischio per il singolo titolo ai fini della definizione del rendimento di equilibrio non è il rischio totale, ma quello sistematico. Quest’ultimo non può essere ridotto mediante diversificazione del portafoglio perché correlato ai movimenti dei mercato nel suo complesso. Al contrario il rischio non sistematico può essere eliminato con la diversificazione. Nella stampa economica specializzata sono riportate le stime del coefficiente β dei singoli titoli. Stephen Ross ha elaborato nel 1976 l’Arbitrage Pricing Theory per superare i limiti connessi alle ipotesi restrittive del CAPM.