CAPITALISMO (Enciclopedia)

1. Mercato e modo di produzione capitalistico
Nel suo uso scientifico la parola "capitalismo" appare solo all'inizio del XX secolo, nel 1902, all'interno dell'opera Il capitalismo moderno di Werner Sombart1 che la utilizzò per definire "un'organizzazione economica di scambio, in cui collaborano, uniti dal mercato, due gruppi diversi della popolazione, i proprietari dei mezzi di produzione (...) ed i lavoratori nullatenenti, e che è dominata dal principio del profitto e del razionalismo economico" (Sombart, 1967, p.165). Questa opera precede di soli tre anni la prima edizione de L’etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber in cui "il capitalismo si identifica con l’aspirazione al guadagno nell’impresa capitalistica razionale e continuativa, e ad un guadagno sempre rinnovato, ossia alla redditività" (Weber, 1982, p.6).
Il capitalismo è pertanto un particolare modo di produzione basato sul mercato. Il quale, tuttavia, del capitalismo è un elemento necessario ma non sufficiente. Il mercato, infatti, esiste fin dalle origini della civiltà stessa "dal momento che, a partire dall’invenzione dell’agricoltura, il personaggio più importante della vita economica è stato, dopo l’agricoltore, il mercante, vale a dire quel particolare attore sociale che opera nel mercato" (Pellicani, 2007, p.131). Il capitalismo è piuttosto un sistema economico nel quale la produzione di beni e servizi è svolta, per la maggior parte, da imprese private che scambiano i loro prodotti sulla base di un sistema di prezzi in moneta che si formano liberamente sul mercato. Pertanto, "solo nel modo di produzione capitalistico accade che il mercato risulta al centro della vita economica, che gli scambi che in esso si svolgono siano regolati esclusivamente dalla legge della domanda e dell’offerta, che i fattori impiegati nella produzione, ivi compresa la forza-lavoro, siano pagati in moneta, e che, in cambio dei beni e dei servizi, si accetti solo moneta" (Ibid.), la quale è indispensabile al funzionamento dell’economia capitalistica perché solo per il suo tramite è possibile il calcolo razionale dei costi e dei ricavi. 
Ciò nondimeno, perché tutto questo si possa realizzare occorrono particolari condizioni politico-giuridiche che tutelino i diritti di proprietà e che garantiscano la più ampia libertà in tutti i campi e tutte le direzioni. E occorre altresì che siano poste limitazioni al potere politico e a ogni altro soggetto che voglia interferire arbitrariamente sui rapporti volontariamente decisi. In tal senso, "la società di mercato ha bisogno di un proprio habitat normativo che è quello della certezza del diritto, la quale a sua volta si nutre dell’uguaglianza dinanzi alla legge" (Infantino, 1998, p.55).
Le unità di base del capitalismo sono le imprese, ovvero una molteplicità di soggetti in concorrenza permanente il cui fine è la ricerca del profitto. Esse possono essere pensate come sottosistemi, organizzati al loro interno su basi gerarchiche, che combinano tecnicamente ed economicamente i fattori produttivi per ottenere una merce o un servizio da immettere sul mercato. 
Il capitalismo è un sistema di mercato razionale e dinamico basato in particolare sulla figura centrale dell'imprenditore, che rappresenta il soggetto "innovatore" (Schumpeter, 2002)2, cui spetta l’iniziativa e la responsabilità di impiegare i mezzi di produzione allo scopo di rendersi competitivo di fronte ai suoi concorrenti. Egli rappresenta, dunque, l’unico ruolo in cui si congiungono il lavoro di direzione e di amministrazione dell’attività imprenditoriale, l’impiego alle proprie dipendenze di lavoro salariato e il rischio connesso all’esercizio di un’impresa che l’imprenditore sopporta sotto il profilo economico e giuridico anche nei casi in cui non è proprietario dei mezzi di produzione. Il suo specifico strumento di azione è il capitale che costituisce una sorta di "ponte" tra l’imprenditore e il mondo dei beni, ma soprattutto uno strumento di potere di comando sui lavoratori. Tale potere di comando si manifesta attraverso il contratto di lavoro, che rappresenta uno dei tratti peculiari del capitalismo, giacché un’altra peculiarità del sistema capitalistico è che il lavoro non è più parte di una particolare relazione sociale in cui un uomo lavora per un altro in cambio di una qualche forma di sussistenza, come per esempio nei rapporti di servitù tipici del mondo feudale, ma è una merce da offrire sul mercato al miglior prezzo.
2. Genesi del capitalismo
L’analisi economica e sociologica ha concentrato la sua attenzione soprattutto sul capitalismo moderno3 così come si è sviluppato in Occidente soppiantando le diverse forme di società tradizionale4.
Una delle interpretazioni canoniche della genesi del capitalismo moderno è quella fornita da Max Weber ne L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, pubblicata per la prima volta sull’Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik nel 1905 sotto forma di due articoli e successivamente inserita nei Saggi di sociologia delle religioni del 1920. La tesi è quella di una "significativa corrispondenza" (Aron, 1989, p.490) fra la credenza in certi valori religiosi, quelli dell’etica protestante di ispirazione calvinista, e lo "spirito del capitalismo", cioè un tipo particolare di condotta economica caratterizzata dalla ricerca di profitti sempre maggiori, grazie all’utilizzo razionale, calcolato, metodico dei mezzi di produzione. Per Weber, infatti, il capitalismo incarna la "razionalità"; dunque ha a che fare con la capacità di individuare i mezzi economici più adeguati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti in vista di un guadagno sempre maggiore. In tal senso, lo spirito del capitalismo si contrappone al "tradizionalismo, l’adesione servile e irriflessa a pratiche e soluzioni passate" (Poggi 1984, p.69), ovvero ad una mentalità economica che non è mossa da un desiderio di guadagno sempre maggiore, bensì di quel tanto che è necessario per conservare il proprio stile di vita tradizionale. 
Quanto a ciò il calvinismo, che è animato da una visione del mondo e da valori favorevoli a condotte economiche razionali e pratiche, ha giocato un ruolo fondamentale quale fattore culturale che può spiegare perché e come lo spirito capitalistico abbia ricevuto in Occidente e non altrove un impulso così unico, singolare, potente5. In particolare, è la dottrina calvinista della predestinazione che spiega l’influenza esercitata dall’etica protestante sullo sviluppo dello "spirito" capitalistico. Calvino, infatti, ha estremizzato l’idea che l’uomo sia salvato o dannato per decreto divino, insondabile e misterioso, e che nulla possano fare le azioni del credente per influenzare la volontà di Dio. Dunque, la salvezza è un dono, una pura grazia, a cui soltanto pochi uomini sono destinati per volontà imprescrutabile di Dio e, in ogni caso, non è diretta alla felicità umana, bensì unicamente alla gloria di Dio. 
E’ evidente che tale condizione di "inaudito isolamento interiore del singolo individuo" (Ivi, p.165), incerto riguardo alla propria salvezza e impossibilitato a intercedere per essa potesse conseguentemente fare dell’ascetismo la sola risposta sul piano della condotta morale alla dottrina sociologica della predestinazione. Se da un lato, infatti, il credente non poteva avere la certezza della benevolenza divina circa la propria salvezza, dall’altro, poteva sapere con certezza che Dio non avrebbe scelto gli eletti tra i suoi peccatori; pertanto, poteva coltivare la speranza della propria salvezza, escludendo dalla propria vita ogni forma di debolezza e conducendo una vita laboriosa e morigerata. L’ascetismo a cui fa riferimento Weber è, dunque, un’ascesi "puramente "intramondana" (Ivi, p.181), che obbliga il credente a impegnarsi nel mondo per la gloria di Dio, assumendo una serie di obblighi tra cui il lavoro occupa una posizione centrale. Per il calvinista infatti il lavoro non costituisce una punizione o una colpa, bensì una vocazione "quello che noi chiamiamo Beruf nel senso di una posizione occupata nella vita, di un ambito di lavoro preciso e circoscritto, insomma di una professione"(Weber, 2006, p.101), da intendere come il contributo necessario dell’uomo all’edificazione del regno di Dio6. Peraltro, affinché il lavoro potesse essere uno strumento efficace da questo punto di vista, avrebbe dovuto essere realmente produttivo, perché il successo professionale veniva considerato come un segno della propria predestinazione alla salvezza eterna, e "indefesso" (Ivi, p.173), nel senso che avrebbe dovuto impegnare il credente ogni istante della sua vita. Tanto è vero che dal credente si esigeva una vita austera e morigerata in cui fossero bandite tutte le comodità materiali e i lussi. Le ricchezze che avrebbe accumulato grazie al suo lavoro non erano finalizzate, infatti, ad assicurare una vita di agi, dal momento che la ricchezza non poteva essere spesa, né accumulata, bensì doveva essere reinvestita in nuove attività produttive, sfruttando nel miglior modo possibile il proprio lavoro e le proprie capacità. In tal senso, per rendere più efficace ed utile il lavoro, il credente doveva avere un minimo di istruzione e, laddove possibile, studiare le scienze, in particolare quelle sperimentali, la conoscenza delle quali gli avrebbe consentito non solo di apprezzare la grandezza della creazione di Dio, ma anche di trovare un notevole vantaggio nell’esercizio del proprio lavoro. 
Le conseguenze pratiche di questa morale ascetica sono dunque evidenti: la vita dedita al lavoro e al risparmio consentiva ai fedeli di arricchirsi sempre più; la conoscenza delle scienze sperimentali li predisponeva ad un’organizzazione razionale della vita, del lavoro, e in genere di qualsiasi attività. Pertanto, il calvinismo finiva per favorire una mentalità imprenditoriale, quella mentalità imprenditoriale che è sinonimo di attività economiche di tipo capitalistico. 
Werner Sombart, che pur ne Il capitalismo moderno aveva difeso la tesi secondo cui il capitalismo presuppone l’affermazione di uno "spirito" nuovo caratterizzato dalla tendenza al guadagno e al razionalismo economico, nell’opera Il Borghese definì "ipotesi spiritose" (Sombart, 1994, p.283) le considerazioni di Weber. Egli riteneva infatti che il puritanesimo, con il suo rifiuto degli aspetti mondani e profani della vita, fosse un nemico irriducibile del capitalismo e che, semmai, erano stati il cattolicesimo e il giudaismo a svolgere un ruolo fondamentale7
Ad ogni modo, ponendo l’attenzione sull’influenza del fattore culturale – quello religioso in particolare – sull’origine del capitalismo, si offriva una interpretazione del fenomeno "genesi del capitalismo" alternativa a quella suggerita nel 1867 da Karl Marx nel capitolo XXIV de Il Capitale8. Per Marx, infatti, il problema della nascita del capitalismo è riconducibile ad un fattore economico, al processo della cosiddetta "accumulazione originaria del capitale" (Marx, 1975, p. 880), ossia la concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza di individui (la borghesia capitalistica) ai danni di una massa la cui unica risorsa è la propria forza-lavoro (il proletariato). 
Quanto all’Inghilterra, che è il caso che Marx analizza a titolo di esempio, il processo di accumulazione del capitale si sarebbe realizzato tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVIII soprattutto per l’espulsione dei contadini dalle terre, con cui si avvia "il processo storico di separazione del produttore dai mezzi di produzione" (Ibid.). Condizione, questa, necessaria per lo sviluppo del modo di produzione capitalistico dal momento che contrappone, da un lato, gli operai, in grado di offrire l’unico bene a loro disposizione cioè la forza-lavoro, dall’altro i capitalisti in grado di acquistare la forza-lavoro in quanto proprietari dei mezzi di produzione. "Alla base dell’intero processo" c’è dunque "l’espropriazione delle terre" (Ivi, p.882) da trasformare in pascoli per le pecore che producevano lana da destinare all’industria manifatturiera.
Tale espropriazione favorì lo sviluppo e il rafforzamento della classe dei ricchi fittavoli capitalisti, non più interessati semplicemente alla rendita fondiaria quanto a trarre profitto dalla terra. In tal senso, il primo inizio del capitalismo deve essere ricondotto per Marx alle trasformazioni che si sono prodotte all’interno della struttura economica feudale. Dunque, è dall’analisi delle condizioni economiche che bisogna muovere per comprendere le origini del capitalismo.
Accanto a queste due interpretazioni canoniche della genesi del capitalismo se ne impone, tuttavia, una terza che nega sia le conclusioni di Marx che quelle di Weber e che punta l’attenzione sul fattore politico-istituzionale. Questa tesi, che annovera tra i suoi principali sostenitori studiosi come Jean Baechler (1977) e Luciano Pellicani (1988)9, risale addirittura ad Adam Smith il quale ne La Ricchezza delle Nazioni, pubblicata nel 1776, ha ricercato le origini del capitalismo nella condizione di "anarchia feudale" (Smith, 1975, p.513) che si sviluppò in Europa dopo la caduta dell’Impero Romano. Intorno all’anno Mille il conflitto tra l’Impero e la Chiesa, rispettivamente espressione del potere temporale e del potere spirituale, aveva consentito alle città-Stato, da tempo ormai agitate da spinte autonomistiche, di approfittare del vuoto di potere che la crisi tra le due massime istituzioni aveva lasciato per ottenere benefici e privilegi, quali quello di avere un proprio consiglio cittadino, un corpo di magistrati, un proprio governo e una propria milizia. Agli abitanti delle città fu garantito che il frutto del loro lavoro non sarebbe stato espropriato arbitrariamente e che avrebbero potuto lasciarlo in eredità per testamento. Dunque, "l’attività che mira a qualcosa di più della sussistenza necessaria si stabilì nelle città molto prima di essere praticata dai coltivatori della terra in campagna. Se si fosse accumulato un piccolo capitale nelle mani di un povero coltivatore oppresso dalla servitù della gleba, egli lo avrebbe naturalmente nascosto con cura al suo padrone, a cui diversamente sarebbe appartenuto e avrebbe colto la prima occasione per fuggire in città. (…) Perciò qualsiasi capitale, che si fosse accumulato nelle mani degli abitanti industriosi della campagna, si rifugiava naturalmente nelle città, i soli santuari in cui questo capitale poteva essere garantito alla persona che l’aveva accumulato" (Ivi., p.530).
Di fatto veniva istituzionalizzata la proprietà privata e create le condizioni per la formazione di un’economia di mercato regolata dalla legge della domanda e dell’offerta e della ricerca metodica del profitto. Infatti, "ciò che tutta la violenza delle istituzioni feudali non avrebbe mai potuto compiere fu realizzato gradualmente dalla silenziosa e impercettibile azione del commercio estero e delle manifatture. Gradualmente questi fornirono ai grandi proprietari qualcosa contro cui scambiare tutto il prodotto eccedente delle loro terre" (Ibid.).
Se le città mercantili e manifatturiere fossero state sconfitte nella loro lotta secolare per l’autonomia, se sovranità e proprietà fossero rimaste concentrate nelle mani di un governo dispotico come di fatto è avvenuto in Oriente10, il capitalismo non avrebbe mani visto la luce in Occidente. E’ dunque alle particolari condizioni politico-istituzionali sviluppatesi nel basso Medioevo che deve essere ricondotto l’impulso a quello sviluppo economico, tecnologico, scientifico che è a fondamento del capitalismo moderno. 
La verità è che la genesi del capitalismo è un fenomeno complesso a cui l’esperienza del graduale trasferimento del controllo dell'attività di produzione dalle classi politiche feudali o imperiali ai ceti mercantili, della conseguente distinzione di due sfere (quella politica e quella economica) dell'attività umana nella società, nonché dei mutamenti culturali e ideologici che caratterizzarono il mondo occidentale nell’era moderna hanno contribuito tutti simultaneamente e con eguale efficacia. 
3. Sviluppi recenti
Nato dalle profonde trasformazioni tecnologiche, sociali, culturali che hanno contrassegnato il sorgere della società moderna e dall’innovativa organizzazione dell’impresa centrata sullo spirito imprenditoriale e sul lavoro salariato liberamente ceduto dai lavoratori, il capitalismo ha subito negli ultimi decenni una svolta che lo ha trasformato da capitalismo prevalentemente industriale in capitalismo finanziario. Nel capitalismo cosiddetto industriale, il cui fine è l’accumulazione di capitale attraverso l’attività produttiva, la dimensione più propriamente finanziaria riguarda per lo più la fase transitoria della raccolta del denaro da investire nell’acquisto dei macchinari e della forza lavoro o di altri beni capitali. A partire dalla fine del XIX secolo, però, si è andata affermando quale forma dominante di organizzazione dell’impresa la moderna società per azioni. Essa, a differenza della vecchia forma di proprietà familiare, costituisce una struttura anonima in cui il capitale risulta frazionato in quote azionarie che vedono coinvolti una pluralità di soggetti anche non direttamente impegnati nell’attività produttiva, consente di raccogliere più ampi capitali di rischio e allo stesso tempo di limitare al valore delle azioni sottoscritte la responsabilità dei soci. 
L’accumulazione sul piano finanziario, che ha registrato un impiego di risorse sempre più ingenti per operazioni di carattere quasi esclusivamente finanziario, se, da un lato, ha finito per stravolgere le più tradizionali regole dei sistemi capitalistici, sottraendo risorse crescenti all’accumulazione nei processi produttivi e rischiando di minare in tal modo la crescita dei paesi industrialmente più progrediti, dall’altro ha messo in moto nuovi processi di concentrazione e di redistribuzione della ricchezza che, stimolando la domanda di beni dei consumatori e di investimento dei produttori, consentono di tenere sotto controllo almeno in parte questa minaccia. 
A ciò si aggiungono peraltro le conseguenze dirompenti della globalizzazione dei mercati, della loro crescente liberalizzazione e della rivoluzione dei mezzi di comunicazione e di informazione che impongono di recepire le nuove istanze di modernizzazione scientifica e tecnologica anche all’interno dei processi produttivi, determinando una continua evoluzione del modo di investire, di lavorare, di percepirsi come parte dell’attività produttiva11.
Tali sviluppi più recenti, evidenziando la capacità del modo di produzione capitalistico di rinnovarsi mediante l’individuazione e lo sfruttamento di nuove forme di adattamento, confermano ulteriormente il superamento della credenza marxiana nella fine "ineluttabile" del capitalismo12. Fine causata dalle sue stesse contraddizioni interne, ossia dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, oppure da una crisi cronica di sovrapproduzione, una volta che tutto il mondo fosse stato inserito nell’orbita capitalistica, o, ancora, da una concentrazione smisurata di ricchezze nelle mani di pochissimi (la borghesia capitalistica) e di miseria nelle mani di una grandissima maggioranza (il proletariato) che avrebbe inesorabilmente innescato un’esplosione rivoluzionaria in direzione socialista. Né, soprattutto dopo i fatti del 1989 che hanno visto il crollo dei regimi comunisti dell’Europa dell’Est, sembrerebbe aver ragione Schumpeter (1964) il quale, all’inizio degli anni ’40, riteneva che alcune contraddizioni di ordine socio-culturale, prima ancora che economiche, quali per esempio l’indebolimento della figura dell’imprenditore, l’ostilità dell’élite intellettuale, lo sviluppo del movimento operaio, avrebbero prodotto la naturale estinzione del regime economico capitalista e l’affermazione del regime economico socialista. 
Ad ogni modo, che il sistema sviluppatosi intorno all’economia di mercato sia sopravvissuto all’evoluzione dei tempi e della società non significa che sia esente da elementi di criticità.
Il sociologo Richard Sennett (2006) ha individuato a questo proposito quattro nuovi tratti culturali, ognuno dei quali potenzialmente foriero di conseguenze negative: il primo ha a che fare con l’orizzonte temporale rispetto al quale si calcolano i vantaggi e gli svantaggi di decisioni, risultati e conseguenze dell’azione. I quali sono orientati, rispetto al passato, al breve o brevissimo periodo perché ciò che conta nel cosiddetto "capitalismo d’azzardo" (Strange, 1998) è la velocità e la sostituibilità delle transazioni. Il secondo riguarda l’incapacità o l’indisponibilità a costruire istituzioni stabili, a cominciare dall’azienda e dalle forme di regolazione del lavoro, quale conseguenza di una società globale e globalizzata in cui è cambiato lo stesso significato delle nozioni di spazio e di tempo. Il terzo consiste nella svalutazione delle competenze stabili e costruite nel tempo, data la rapida obsolescenza tecnologica e organizzativa delle professionalità e la sostituzione della valorizzazione delle capacità potenziali, cioè della valutazione soggettiva di quale possa essere la capacità del singolo di adattarsi efficacemente alle mutevoli situazioni di impiego entro l’organizzazione in cui lavora. Il quarto riguarda l’atteggiamento verso il consumo e, più in generale, le gratificazioni e i piaceri della vita che il lavoro può procurare. Nel capitalismo del consumo di massa, infatti, il differimento delle gratificazioni, tipico del capitalismo delle origini, è stato sostituito dalla ricerca della loro immediatezza, dalla passione per il consumo che tuttavia è una passione che consuma se stessa perché destinata a essere delusa ogni volta che le nuove attrazioni la riaccendono13
Anche queste conseguenze però non devono essere assunte necessariamente in modo rigido, tenuto conto che sono gli "attori" dei processi economico-sociali (movimenti, istituzioni, governi, ecc.) che, dando espressione a tendenze di segno diverso e a volte opposto, contribuiscono a dare un differente profilo al capitalismo a seconda dei contesti in cui esso si sviluppa. _______________________________________
1Nella sua accezione ideologica invece sembra che il termine capitalismo sia apparso fin dalla metà dell’Ottocento. Nel 1850 per esempio Louis Blanc lo usò ne La Storia della rivoluzione del 1848 per indicare "l’espropriazione del capitale da parte degli uni a esclusione degli altri". Cfr. Ornaghi (1996, p. 60). Appare sorprendente che nessuno dei tre principali economisti classici, Adam Smith, David Ricardo e Karl Marx, pur impiegando nelle loro opere il termine "capitale", abbia impiegato il termine specifico di "capitalismo" per designare la nuova realtà della vita economica e sociale che essi contribuirono a spiegare. Cfr., per esempio, Smith (1975), Ricardo (2006), Marx (1975). 
2Nella figura dell’imprenditore Schumpeter individua il vero motore dell’economia capitalistica dal momento che solo a lui riconosce la capacità di procedere alle innovazioni attraverso quegli investimenti che stanno alla base del processo economico. In particolare, ne La teoria dello sviluppo economico del 1911, egli descrive l’evoluzione economica come la perturbazione di un equilibrio che altera e sposta lo stato di equilibrio precedentemente esistente, ossia una sequenza di processi ciascuno dei quali è caratterizzato da due fasi, di cui la prima è quella in cui il sistema si allontana da una posizione di equilibrio sotto la spinta dell’attività imprenditoriale (fase di prosperità) mentre la seconda è quella in cui il sistema si avvicina ad un’altra posizione di equilibrio (fase di recessione). Cfr. Schumpeter (2002) Contro questa posizione centrata sulla funzione “disequilibratrice” dell’attività imprenditoriale, si è espresso, per esempio, Israel Kirzner nel suo saggio Concorrenza e imprenditorialità del 1973. A partire dagli insegnamenti della Scuola Austriaca di Economia, che hanno posto l’accento sulle condizioni di incertezza in cui si sviluppa il processo produttivo, egli sottolinea come la condizione di disequilibrio, lungi dall’essere prodotta dall’imprenditore, è una realtà con cui egli si trova necessariamente a dover fare i conti, non potendo utilizzare che una conoscenza parziale e fallibile. L’imprenditorialità coincide, dunque, con la prontezza (alertness) da parte dell’imprenditore di scoprire bisogni insoddisfatti e di offrire ad essi una soluzione. In tal senso, “il processo imprenditoriale-concorrenziale diviene visibile non solo in quanto genera una tendenza verso l’equilibrio ma in quanto scopre e corregge i piani e le decisioni individuali che sono discordanti” (Kirzner, 1997, p.304).
3Forme relativamente sviluppate di capitalismo esistevano già nel mondo antico (Impero romano, città-Stato greche, principati e repubbliche europee del Rinascimento, città libere di Anversa, e della Lega anseatica, ecc.) giacché, come ha sottolineato lo storico medievalista Henry Pirenne (1970), il capitalismo corrisponderebbe alla naturale tendenza dell'uomo verso la ricchezza. Tuttavia, gli studiosi che si sono occupati di indagare i fattori alle origini di queste forme di capitalismo pre-moderno hanno focalizzato l’attenzione su una serie di elementi che non sono sempre riconducibili a classi omogenee. Cfr., per esempio, Mommsen (2001), Rostovcev (1980), Pirenne (1970), Braudel (1981).
4Sulla cronologia delle origini del sistema capitalistico esiste un ampio ventaglio di posizioni. Smith fa risalire la fase iniziale all’XI secolo, Pirenne al XII, Wallerstein al XV, Marx e Weber nel XVI. A questo proposito però ha ragione Maurice Dobb (1991) quando sottolinea che la questione non è solo cronologica “ma di sostanza” (Ivi, p.884) dal momento che collocare in un periodo o in altro le origini del capitalismo significa di fatto optare per un’interpretazione del fenomeno piuttosto che un’altra. 
5Rispetto alle forme di capitalismo esistite altrove (in Cina, in Egitto, nell’antichità greco-latina) prima dell’avvento protestantesimo, infatti, il capitalismo occidentale moderno costituisce per Weber un capitalismo distinto e particolare, la cui singolarità deriva proprio dall’estrema razionalità delle sue condotte, quali, per esempio, un’organizzazione sistematica del lavoro di una manodopera libera, cioè non composta da schiavi o da servi, un’utilizzazione intensa della scienza e della tecnica, un’estensione del proprio mercato nonché una contabilità perfezionata. Cfr. Weber (2006, pp.79-81).
6Analizzando se e in quale misura le condizioni sociali e religiose possono essere favorevoli o meno alla formazione del capitalismo, Weber volle analizzare anche realtà diverse da quella occidentale, come per esempio la Cina, l’India, l’Islam. L’importanza attribuita dalle religioni ivi professate (confucianesimo, buddismo, induismo, ecc.) ad una morale ascetica piuttosto di tipo “ultramondano”, in cui il lavoro non è contemplato come strumento di accumulazione indefinita di ricchezza nell’adempimento di un dovere terreno, ma piuttosto come un semplice mezzo per conseguire un equilibrio o uno stato di felicità, lo convinsero che proprio l’ascetismo tipico della dottrina calvinista è causa dello “spirito” capitalistico e che la sua assenza al di fuori del mondo occidentale possa spiegare il mancato sviluppo di un simile sistema. Cfr. Weber (1976).
7In particolare, quanto al cattolicesimo, Sombart (1994, p.190 e ss.) affermava, rifacendosi alla filosofia tomistica che, mentre la Chiesa condannava la ricchezza proveniente dal prestito, non condannava quella proveniente dall’investimento di capitale, se amministrata secondo i precetti della carità cristiana e che ciò incoraggiava lo “spirito del capitalismo”. Lo stesso vale a maggior ragione per il giudaismo, la cui morale era favorevole alla ricchezza considerato che agli ebrei era stato possibile praticare l’usura. Tesi, questa, riproposta molti anni più tardi, nel 1957, dall’economista svedese Kurt Samuelsson, il quale nel saggio Economia e Religione (1973), ha sostenuto che il puritanesimo avrebbe avuto uno scarso influsso sullo sviluppo del capitalismo, considerato che la dottrina puritana era contraria all’accumulazione delle ricchezze e all’impegno profondo nella vita economica. Weber, ad ogni modo, aveva già respinto a suo tempo questa critica, sottolineando, in particolare, che l’aspetto fondamentale non fosse tanto la ricerca del guadagno e l’accumulazione della ricchezza, quanto la necessità di operare per la gloria di Dio e rendersi, in qualche modo, degni di meritare la salvezza che è il problema che il cattolico, per esempio, non avverte avendo la certezza di essere salvato. Cfr. Weber (2006, pp.214 e ss.)
8Risalgono già al 1907 le prime critiche, ricostruite in un saggio di Ephraim Fischoff pubblicato nel 1944, che in sostanza rimproveravano Weber di aver sostituito ad un’interpretazione causale della civiltà e della storia unilateralmente materialistica un’interpretazione spiritualistica altrettanto unilaterale. Cfr. Fischoff (2006, pp. 345-379). In una successiva edizione del suo saggio, Weber ebbe modo però di replicare sottolineando come la sua tesi fosse solo alternativa e non sostitutiva di quella di Marx, nel senso che “entrambe sono ugualmente possibili” Weber (2006, p. 241), e che, pertanto, come non c’è determinazione delle credenze da parte della realtà socio-economica, non c’è determinazione della realtà economico-sociale da parte della sfera dei valori. In tal senso, ha ragione Talcott Parsons (1987, p. 557) quando, ne La struttura dell’azione sociale, precisa che lo scopo di Weber è stato semmai quello di arricchire la prospettiva teorica di Marx, superando la concezione del materialismo storico secondo cui la cultura sarebbe il prodotto della struttura economica. Senza tuttavia fare della religione il fattore culturale determinante e senza trascurare l’influenza di fattori economici e sociali, quali l’accumulazione di capitali, lo sviluppo urbano, le scoperte geografiche e scientifiche, ecc. Tant’è che a una rilettura più attenta dell’opera di Weber, uno studioso autorevole come, per esempio, Richard H. Tawney, il quale nella prefazione del 1930 alla prima traduzione inglese del saggio aveva denunciato il carattere pericolosamente unilaterale che aveva creduto di ravvisare nella tesi weberiana, nella prefazione del 1937 si era dovuto in parte ricredere riconoscendo l’infondatezza delle sue riserve. Cfr. Tawney (1965) e (1967).
9Cfr. altresì la raccolta di saggi curata da Orsini (2008)
10Sul nesso tra dispotismo e stagnazione economica che avrebbe impedito alle civiltà orientali di sperimentare il capitalismo, cfr. Pellicani (1988).
11Sulle cause e gli effetti di tale processo di finanziarizzazione, cfr. Strange (1988) (1998) la quale i profondi cambiamenti comportamentali e sociali che tale processo ha comportato, costringendo per esempio la gente, nella maggior parte dei casi in modo indiretto e inconsapevole, a rivestire la parte di giocatori nel “grande casinò” del capitalismo globale.
12Cfr. Marx (1975, pp.937 e ss.)
13A tal riguardo, cfr. Hoppe (2006).
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Redattore: Simona FALLOCCO
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