BEIJING CONSENSUS (ENCICLOPEDIA)

Nel 2004 l’economista americano, Joshua Cooper Ramo, propone per la prima volta in letteratura il concetto del Beijing Consensus come primo tentativo di “modellizzare” le visioni della Cina riguardo lo sviluppo economico ed i rapporti tra gli Stati. Tale termine viene utilizzato per sottolineare una serie di dottrine economiche e sociali, nate in Cina dopo il 1978, contrapposte alle politiche neoliberiste di sviluppo e l’influenza che queste stanno riscontrando nei Paesi in via di sviluppo.

Queste nuove visioni portano in letteratura a discutere sull’ammissibilità che la Cina sia o meno in grado di offrire un modello di modernizzazione del tutto originale. Alcuni economisti, come Scott Kennedy1, mettono in dubbio la legittimità del termine Beijing Consensus sostenendo che nelle politiche economiche cinesi non ci sia nulla di innovativo ma anzi un’assimilazione selettiva e un’alterazione di regole e schemi già presenti nelle esperienze occidentali.

L’idea di base di queste dottrine non è  fondata sulle libertà economiche, sul mercato e su un assetto politico guidato da una democrazia liberale, ma al contrario sulla concezione dell’Economia Socialista di Mercato, sulla pianificazione statale e sull’autoritarismo.

Il Beijing Consensus presenta alcune caratteristiche fondamentali, quali uno sviluppo basato sull’innovazione, un successo economico basato non esclusivamente sulla misurazione del PIL, una costante gradualità nelle riforme, l’interventismo statale, l’attenzione verso l’auto determinazione e la non ingerenza negli affari interni di un altro Stato. Il gradualismo con cui le riforme economiche sono state realizzate e le azioni dello Stato cinese che hanno promosso un bilanciamento tra un mercato nazionale in espansione e una nuova divisione sociale del lavoro, sono in netto contrasto con il credo neoliberista nei benefici di terapie d’urto e del non intervento dello Stato nella regolazione del mercato.

Il Beijing Consensus ingloba al suo interno idee che non riguardano esclusivamente l’economia ma sono anche connessi alla politica e al rafforzamento del peso politico della Cina a livello internazionale. Se in letteratura si cerca di enfatizzare il paradigma del nuovo consensus, creando l’immagine di una Cina che si contrappone ed è in ascesa nei confronti di altri Stati, le istituzioni cinesi tendono a smorzare l’immagine di un paese aggressivo nel sistema delle relazioni internazionali. Il Partito Comunista Cinese e le istituzioni pongono l’accento su un sistema economico ancora debole e sull’essere un paese in via di sviluppo rigettando la visione di una politica internazionale aggressiva derivante proprio dalle nuove regole del Beijing Consensus.

I punti fondamentali del paradigma del Beijing Consensus sottolineano, infatti, l’abilità della Cina di sfruttare la propria forza economica nelle relazioni internazionali con gli altri paesi. La Cina offre ai paesi in via di sviluppo un modello che garantisce l’integrità finanziaria, respingendo le pressioni delle grandi potenze e dei grandi organismi finanziari come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale.

Il concetto di Beijing Consensus nasce, dunque, per essere contrapposto al Wahsington Consensus2 il primo è un modello di autoritarismo e di forte coinvolgimento dello Stato nell’economia mentre il secondo rappresenta un modello di dottrine neoliberali3 orientate verso il mercato.

Le politiche economiche suggerite dal Wahsington Consensus vengono adottate dal FMI e dalla Banca Mondiale negli anni novanta, sotto impulso degli Stati Uniti loro “maggiore azionista”, divenendo la ricetta universale dell’agire economico.

In quel periodo viene quindi elaborato e popolarizzato un insieme di prescrizioni, alle quali le classi dirigenti di ogni Paese, specialmente quelli in via di sviluppo, si sarebbero dovute attenere. Questi punti prevedevano un riordino della spesa pubblica, la liberalizzazione del tasso d’interesse, del commercio e degli investimenti esteri, un tasso di cambio competitivo, privatizzazione, deregolamentazione e una forte protezione dei diritti di proprietà. Per questo motivo le istituzioni nate a Bretton Woods, iniziarono a “consigliare” agli stati la dottrina dell’aggiustamento strutturale4, in base alla quale si presumeva che le riforme economiche e l’eliminazione dell’interventismo di Stato avrebbero liberato forze che avrebbero facilitato lo sviluppo. Queste dottrine economiche, in aperto contrasto con quelle suggerite dal Beijing Consensus, si basano sul presupposto che una buona performance economica richiedeva un commercio liberalizzato, una stabilità macroeconomica, ed un corretto funzionamento del mercato dei prezzi.

Questo approccio definì subito la posizione, oltre che degli Stati Uniti, anche dei paesi industriali e dei maggiori organismi internazionali, con la conseguenza fondamentale che il Washington Consensus divenne il principale approccio dei paesi sviluppati ai paesi meno sviluppati.

Oggi, però questo insieme di politiche di sviluppo vengono messe in crisi dall’affermarsi del Beijing Consensus che promuove la ricerca di un’alternativa alla globalizzazione neoliberista e sta acquisendo un ruolo importante suscitando interesse soprattutto nel Terzo Mondo.

Infatti, il fallimento della terapia shock nella Russia post-sovietica5 e in Argentina nel 20016 e l’emergere delle economie asiatiche7 in cui i rispettivi governi hanno avuto un ruolo importante nello sviluppo economico, mettono in dubbio i dogmi del Washington Consensus. Tale indebolimento si scontra invece con una realtà cinese che in questi ultimi decenni è riuscita a superare gravi crisi dell’economia mondiale: da quella asiatica del 1997, allo scoppio della bolla speculativa all’inizio del 2000, fino alla recente crisi finanziaria.

Sul fronte della diplomazia, il consensus promosso dagli Stati Uniti nel corso del primo decennio del XXI secolo è stato caratterizzato da interventismo militare e unilateralismo, generando un forte sentimento anti americano nei paesi in via di sviluppo.

La Cina, al contrario, utilizzando il suo crescente potenziale economico sta efficacemente estendendo e consolidando la sua influenza politica al livello globale. Essendo l’obiettivo della Cina ‘un’ascesa pacifica’, la sua politica estera comprende la cooperazione e il mutilateralismo, per far si che gli altri paesi siano disposti a dar vita a relazioni collaborative di reciproco interesse.

Se da una parte, quindi, è possibile osservare una visione “diversa” delle relazioni internazionali della Cina, dall’altra non è invece possibile costatare con la stessa sicurezza l’esportabilità di tale visione nel resto del mondo. Alcuni esempi sembrano provare che tali regole abbiano avuto riscontro tra paesi in via di sviluppo, tuttavia le idee cinesi non hanno avuto successo né in Occidente né Medio Oriente.

Attualmente alcuni paesi dell’Asia, dell’America Latina e dell’Africa, sembrano essere fortemente interessati a legare la loro economia con quella che pare avere il tasso di crescita più incontenibile degli ultimi vent’anni. La cooperazione economica con questi paesi risulta però essere vantaggiosa anche in campo politico nelle maggiori istituzioni internazionali. Nell’ONU e nel WTO gli stati africani e quelli dell’America latina risultano essere molto numerosi e insieme alla Cina hanno profondi interessi nel creare un “blocco” di voti per salvaguardare i propri regimi autoritari e sfuggire alle politiche di “democratizzazione” occidentali.

La politica estera e le relazioni internazionali cinesi hanno, dunque, contribuito a far emergere quello che si chiama Beijing Consensus, contrapposto al Washingotn Consensus Occidentale  seguito dalle grandi istituzioni finanziarie internazionali, secondo cui gli accordi economici vengono subordinati a principi etici quali good governance, democrazia, trasparenza, Stato di diritto e diritti umani. La politica di democratizzazione occidentale minaccia quindi i regimi autoritari che diventano più propensi a rivolgersi a Pechino, poiché la collaborazione economica con la Cina non è subordinata a condizionalità quali il rispetto dei diritti umani e la democrazia. La Cina, guidata più da interessi economici e strategici che da principi etici, ha stabilito rapporti amichevoli con molti paesi in via di sviluppo, senza dettare particolari condizioni. Questo tipo di relazioni risultano quindi utili a quei regimi autoritari in Africa, in America Latina e in Asia.

In particolare in Asia, la Cina si garantisce un ruolo fondamentale come “pacificatore” della regione e in Africa l’approvvigionamento delle risorse energetiche.

Nel “sistema Asia” l’insieme economico e diplomatico è definito dall’interazione di quattro grandi potenze: Cina, Giappone, India e Russia. L’Asia sta assumendo, nel corso degli anni, un ruolo sempre più importante negli equilibri dell’economia mondiale. E’ a partire dagli anni novanta che si verifica un miglioramento dei rapporti fra la Cina e i suoi vicini. Tali miglioramenti, infatti, sono evidenti anche e soprattutto in relazione all’Association of South East Asian Nations (ASEAN). L’ASEAN ha permesso, infatti, alla Cina di  sviluppare rapporti con dieci paesi, con i quali nel novembre del 2004 ha sottoscritto un accordo in base al quale verranno abbassate o eliminate le tariffe su moltissimi prodotti, con l’obiettivo di realizzare un’area di libero scambio.

Al contrario in Africa per sostenere il suo impetuoso processo di modernizzazione la Cina ha bisogno di sempre maggiori approvvigionamenti dall’estero a fronte di una produzione interna che non è autosufficiente e necessità di trovare un accesso diretto e durevole a fonti energetiche adeguate. Per questo motivo la Cina ha fatto dell’Africa la sua principale riserva di materie prime, in cambio di investimenti diretti, di aiuti allo sviluppo, di abbondanti cancellazioni del debito estero e di alleanze in sede ONU.

La Cina sta riuscendo a mobilitare un crescente consenso e ad attivare una forte attrazione, poiché portatrice di un modello di sviluppo alternativo a quello occidentale. Mai come oggi, infatti, sembrano lontani i tempi in cui Europa e USA costituivano il solo polo economico mondiale in grado di dettare le proprie condizioni.

I principi su cui si fonda il Beijing Consensus cinese derivano da una lunga tradizione asiatica di notevole esperienza nel controllo diretto dell'economia. Gli elementi di questo nuovo consensus sono basati su fiducia e cooperazione, nonché su valori asiatici e confuciani. Il risultato è uno Stato dedito interamente allo sviluppo economico dove le relazioni economiche riflettono un ordine sociale armonico,  in cui produrre è considerato più importante di consumare.

La Cina mette a frutto il proprio prestigio economico, facendo della sua rapida crescita lo strumento principale per attirare sotto la propria egida le economie in via di sviluppo attraverso una serie di politiche economiche e relazioni diplomatiche che costituiscono il paradigma del Beijing Consensus.
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1Nel suo libro The Myth of the Beijing Consensus definisce tale termine come un mito definendo la politica economica cinese emulativa e non innovativa.
2Il termine Washington Consensus è stato coniato nel 1989 dall'economista John Williamson per descrivere un insieme di principi di politica economica per i paesi in via di sviluppo. Tali principi riguardano l'apertura agli investimenti esteri, l'espansione del mercato e la stabilità macroeconomica.
3Insieme di dottrine politico economiche che esaltano il mercato e l’assenza del ruolo dello Stato nell’economia.
4Programmi di politiche economiche implementate dalla BM e FMI per ridurre gli squilibri fiscali dei paesi che vogliono ricevere finanziamenti.
5Insieme di riforme come avviate negli anni novanta in Russia che hanno portato il Paese in recessione.
6Profonda crisi economica Argentina dovuta alla contrazione del debito da parte del Governo con conseguente forte inflazione e livelli di disoccupazione altissimi.
7Negli anni novanta Taiwan, Singapore, Hong Kong e Corea del Sud vengono soprannominate “Tigri asiatiche” per via dello sviluppo ininterrotto per circa dieci anni delle loro economie.


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Redattore: Giovanni AVERSA