TASSO DI CAMBIO (Enciclopedia)

(Si veda anche voce del Dizionario: Tasso di cambio)
1. Il tasso di cambio nominale (NER)
Il tasso di cambio nominale (NER) è il prezzo relativo della valuta nazionale in termini della valuta estera. Ad esempio se il cambio dollaro/euro è pari a 1,4 significa che per acquistare una unità della valuta europea sono necessari 1,4 dollari (od alternativamente che per acquistare 1 dollaro americano sono necessari 0,71 euro). Il grafico in figura 1 riporta le quotazioni della divisa americana nei confronti dell’euro dalla data della sua introduzione.
Il NER può essere lasciato variare liberamente nei mercati valutari (cambi flessibili) oppure può essere fissato dalle autorità di politica monetaria ad un dato valore in termini di un’altra moneta o di un gruppo di monete (cambi fissi), in quest’ultimo caso la Banca Centrale si impegna ad intervenire su mercati a difesa della parità stabilità (politica monetaria endogena).
                 
L’utilizzo del NER è fondamentale per poter confrontare tra loro beni e servizi prodotti in paesi diversi, in quanto consente poterne esprimere il prezzo in una valuta comune. Il NER può essere quotato in due modi. Esso può esprimere il numero di unità di valuta domestica necessario per l’acquisto di un’unità di valuta estera (quotazione incerto per certo). Oppure, alternativamente, può definire il numero di unità di valuta estera necessaria per l’acquisto di un’unità di valuta domestica (quotazione certo per incerto). In questa sede si farà riferimento alla prima quotazione, anche detta all’europea: una variazione positiva di S verrà dunque intesa come un deprezzamento nominale mentre, per converso, una variazione negativa di S verrà intesa come un apprezzamento nominale.
2. Il tasso di cambio reale (RER)
Il tasso di cambio reale (RER) è il prezzo relativo dei beni e servizi prodotti all’interno dell’economia domestica in termini di beni e servizi prodotti all’estero.
La letteratura economica offre tre diverse formulazioni del RER.
1. La prima definizione discende direttamente dalla PPP ed afferma che è possibile definire il RER come il rapporto tra l’indice dei prezzi esteri (espresso in valuta domestica) e l’indice dei prezzi interni e costituisce dunque una misura dei panieri di consumo prodotti all’interno dell’economia necessari per l’acquisto di un’unità dell’omologo paniere prodotto all’estero. In formule:
                                                                               (1)
dove:
-  è l’indice dei prezzi del paniere venduto nell’economia estera in cui  è il peso attribuito al bene i-esimo nel paniere
rappresentativo dei consumi esteri;
-  è l’indice dei prezzi del paniere venduto nell’economia domestica in cui  è il peso attribuito al bene j-esimo nel paniere rappresentativo dei consumi interni;
- St è il tasso di cambio nominale (NER) espresso secondo la valutazione incerto per certo e che dunque indica il numero di unità di valuta domestica necessario per l’acquisto di un’unità della valuta estera.
Sulla base della (1) dunque, il RER può essere concepito come un tasso di cambio nominale deflazionato sia in base ai prezzi interni che in base ai prezzi esteri.
2. La seconda definizione di RER poggia sull’assunzione che tutti i beni siano scambiati internazionalmente. Sotto questa ipotesi P e non è altro che l’indice dei prezzi dei beni esportati e l’indice dei prezzi dei beni importati. Il RER può essere definito allora come:
                                                                             (2)
dove il rapporto  sono le ragioni di scambio (terms of trade). Dunque se tutti i beni sono scambiati sui mercati internazionali, il RER può essere definito come l’inverso delle ragioni di scambio. In questo caso, un apprezzamento reale corrisponde ad un miglioramento delle ragioni di scambio; viceversa un deprezzamento reale corrisponde ad un deterioramento delle ragioni di scambio.
3. La terza definizione di RER si basa sull’evidenza che non tutti i beni scambiati sui mercati internazionali. La distinzione tra beni commerciabili (tradable) e beni non commerciati (non-tradable) è assai importante poiché è evidente che solo i prezzi dei primi risentono della concorrenza internazionale. Indicando con  l’indice dei prezzi dei beni commerciabili e con  l’indice dei prezzi dei beni non commerciabili, è possibile definire il livello generale Pt dei prezzi come una media geometrica di dove è il peso attribuito ai beni non-tradable nel calcolo dell’indice generale dei prezzi.
                                                                                       (3)
La (3) indica che il RER è proporzionale al rapporto tra l’indice dei prezzi dei beni tradable e l’indice dei prezzi dei beni non-tradable. In un certo senso la (3) definisce una ragione di scambio interna, trattandosi di due tipologie di beni comunque prodotti all’interno dell’economia domestica. Quando i beni non-tradable diventano più costosi in termini dei beni tradable si ha un apprezzamento reale (riduzione di Q). Nella situazione opposta, parleremo invece di deprezzamento reale (aumenti di Q).
Da quanto esposto appare chiaro come, a prescindere dall’approccio che si scelga per la definizione formale del RER esso rappresenta di fatto un prezzo relativo. Un cambio reale deprezzato indica, ceteris paribus, una maggiore convenienza dei beni nazionali rispetto ai beni prodotti all’estero. Ciò significa che al crescere di Q è logico attendersi un aumento della domanda di beni prodotti dall’economia domestica e dunque una contrazione delle importazioni ed un’espansione delle importazioni. In altri termini, ceteris paribus, un deprezzamento reale implica un miglioramento del saldo primario delle partite correnti (TBt). In formule:
                                           
3. NER, Saldo Primario delle Partite Correnti (TB) e J-curve
In termini più rigorosi, è possibile definire il rapporto tra RER e TB utilizzando le elasticità aggregate della domanda al prezzo, giungendo così alla definizione delle cosiddette condizioni di Marshall-Lerner (o Marshall-Lerner-Harberger). L’idea di fondo è che, affinché una svalutazione possa esercitare un impatto positivo sulla bilancia commerciale, la somma delle elasticità dei beni esportati e importati (in valore assoluto) debba essere sempre maggiore di 1.
Per analizzare gli effetti di una svalutazione del cambio riscriviamo in termini di valore l’espressione della TB:
                                                                      (4)
dove:
- con EXt indichiamo le esportazioni, il cui valore è pari al prodotto tra prezzi dei beni esportati e quantità esportate ;
- con IMt indichiamo le importazioni, il cui valore è pari al prodotto tra prezzi dei beni importati, espresso in valuta domestica, e quantità importate ;
- i prezzi dei beni importati (PIM) e dei beni esportati (PEX) sono assunti costanti.
Assumiamo per semplicità che PEX = PIM = 1, che il reddito rimanga costante e che inizialmente il saldo della bilancia commerciale muova da una situazione di pareggio (TBt = 0) Differenziando la (4) rispetto ad S otteniamo:
                                                                    (5)
L’equazione (5) può essere riscritta come segue:
                               (5’)
Ricordando che le elasticità della domanda di beni esportati ()e della domanda di beni importati () possono essere definite come:
                                                 
la (5’) può essere riscritta come segue:
                                                                    (6)
Ricordando poi che se una bilancia commerciale in pareggio presuppone che XEX/S=XIM, possiamo riscrivere la (6) come segue:
                                                                               (6’)
Dalla (6’) emerge che 
                                                                                (7)
L’effetto netto di una svalutazione del cambio sulla bilancia commerciale dipende dunque dalle elasticità di domanda ai prezzi. Le condizioni di Marshall-Lerner stabiliscono che, partendo da una situazione di equilibrio della bilancia commerciale, l’impatto sarà positivo se la somma delle elasticità rispetto al prezzo relativo () è superiore all’unità. Ciò dipende dal fatto che la svalutazione produce due effetti distinti: un effetto prezzo (EP) ed un effetto quantità (EQ). Il deprezzamento nominale implica infatti da un lato una riduzione del valore delle esportazioni (in quanto riduce i prezzi che i consumatori esteri pagano per i beni esportati) e dall’altro un aumento del valore delle importazioni (in quanto incrementa il prezzo in valuta domestica di quelli importati). Pertanto l’EP ha sempre un impatto negativo sul saldo di TB. Di contro, la riduzione del prezzo in valuta estera dei beni esportati dovrebbe contribuire ad aumentare il volume delle esportazioni così come l’aumento del prezzo dei beni importati dovrebbe determinare una contrazione dei volumi delle importazioni (effetto quantità). Possiamo perciò concludere che l’EQ esercita sempre un effetto positivo sulla bilancia commerciale.
In simboli:
                                 
Le condizioni di Marshall-Lerner consentono di stabilire quale tra i due effetti sia prevalente. Se la (7) viene rispettata allora EQ domina EP ed il saldo della bilancia commerciale ne beneficia.
Esiste una vasta letteratura empirica volta ad analizzare gli effetti di variazioni del tasso di cambio sulla bilancia commerciale. I risultati delle analisi econometriche che hanno stimato le equazioni delle importazioni e delle esportazioni e le relative elasticità hanno sostanzialmente corroborato le predizioni della teoria di Marshall-Lerner. In particolare, studi condotti su dati di economie avanzate evidenziano come il deprezzamento del cambio, sebbene tenda a deteriorare il saldo commerciale nel breve periodo (il cosiddetto effetto J-curve), eserciti nel lungo periodo un impatto positivo sulla TB
Nel breve periodo è presumibile infatti che si abbia una prevalenza dell’EP dovuta al fatto che gli operatori impiegano un certo lasso di tempo per mutare le proprie decisioni e dunque pur in presenza di variazioni di prezzo non alterano i volumi delle quantità scambiate. Nel lungo periodo invece il miglioramento della TB sarebbe dovuto prevalere. La figura 2 descrive l’andamento temporale del saldo primario delle partite correnti (TB) nei periodi successivi all’avvenuto deprezzamento.
                             
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