RIFORMA DELLE PENSIONI SACCONI

1. Cenni storici

Dopo la Crisi greca del 2010 (Enciclopedia), anche in Italia si rafforzano gli effetti della grave crisi finanziaria originatasi negli Stati Uniti d’America e che va sotto il nome di Crisi subprime - I fatti, e il Governo Berlusconi, anche su sollecitazione dell’Unione Europea, vara una severa manovra finanziaria correttiva dei conti pubblici - il DL 78 del 31 maggio 2010, convertito dalla Legge 30 luglio 2010, n. 122 -, al cui art.12 vengono emanate nuove ed incisive norme riguardanti le pensioni, che vanno sotto il nome di Riforma delle pensioni Sacconi (che prende il nome dal ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Maurizio Sacconi). 

Ad essa, un anno e mezzo dopo, ad opera del successivo Governo Monti, farà seguito la Riforma delle pensioni Fornero (che prende il nome dal ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Elsa Fornero).

Gli scopi sono di: (i) equilibrare ‘strutturalmente’ la spesa pensionistica pubblica; (ii) mettere ‘in sicurezza’ i conti previdenziali, facenti parte dei conti pubblici, e rendere ‘sostenibile’ il sistema previdenziale nel lungo periodo; e (iii) procurare dei risparmi di spesa anche nel breve-medio periodo, per far fronte alla grave crisi economica.

Esse completano un ciclo di incisive riforme pensionistiche iniziato nel 1992. Da allora, infatti, le riforme delle pensioni, considerando un'unica riforma i provvedimenti varati da Sacconi nel 2010 e 2011 (oltre alla Legge 3.8.2009, n. 102, art. 22ter), sono state sette: Amato, Decreto Legislativo 503 del 1992; Dini, Legge 8.8.1995, n. 335; Prodi, Legge 27.12.1997, n. 449; Berlusconi/Maroni, Legge 23.8.2004, n. 243; Prodi/Damiano, Legge 27.12.1997, n. 247; Berlusconi/Sacconi, Legge 30.07.2010, n. 122, Legge 15.7.2011, n. 111, Legge 14.9.2011, n. 148; Monti-Fornero, Legge 22.12.2011, n. 214.

Va sottolineato che di esse, dunque, la riforma Fornero è la settima e ultima (finora), e, a giudicare dalle norme e dagli effetti, sia in fatto di allungamento dell’età di pensionamento, sia in termini di risparmio di spesa, non la più severa.

2. Modalità di pensionamento ordinario

Va opportunamente precisato, per una maggiore comprensione dei termini e dell’evoluzione delle norme, che, fino al varo della riforma Fornero, esistevano tre modalità di pensionamento ordinario:

1. il pensionamento di vecchiaia;

2. il pensionamento di anzianità (basato soltanto sugli anni di contribuzione, prescindendo dall’età anagrafica); e, nell’ambito di quest’ultimo,

3. il pensionamento in base alle “quote” (somma di età anagrafica e anzianità contributiva).

La riforma Fornero ha (i) soltanto modificato la denominazione del pensionamento di anzianità in “anticipato”; e (ii) eliminato le “quote”. Di conseguenza, le modalità di pensionamento ordinario attualmente vigenti sono soltanto due:

1. il pensionamento di vecchiaia, legato all’età anagrafica (ma con un minimo di 20 anni di contributi);

2. il pensionamento anticipato (che prescinde dall’età anagrafica), legato agli anni di contributi versati.

 

3. Analisi delle misure comma per comma

I commi da 1 a 6 modificano la disciplina relativa ai termini di decorrenza dei trattamenti pensionistici (c.d. finestre).

I commi da 7 a 9 intervengono in materia di Trattamenti di Fine Servizio dei dipendenti pubblici, disponendone, in particolare, la loro corresponsione in forma rateale (comma 7).

Inoltre, si conferma la disciplina inerente la determinazione delle scadenze utili per il riconoscimento delle prestazioni (comma 8), e si dispone la non applicazione della rateizzazione della corresponsione dei trattamenti per i collocamenti a riposo avvenuti il 30 novembre 2010 (comma 9).

Il comma 10 applica, con effetto sulle anzianità contributive maturate dal 1° gennaio 2011, a tutti i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, il regime del trattamento di fine rapporto di cui all'articolo 2120 del codice civile, in sostituzione dei trattamenti di fine servizio e delle indennità equipollenti relative ai trattamenti di fine servizio comunque denominati, in tutti i casi in cui tale trattamento non sia già regolato in base all’articolo 2120 c.c. (e cioè per tutti i dipendenti assunti entro il 31 dicembre 2000 i quali non abbiano optato per il TFR stesso).

Il comma 11 fornisce un’interpretazione autentica dell’articolo 1, comma 208, della L. 662/1996 (provvedimento collegato alla manovra finanziaria per il 1997), inerente gli obblighi previdenziali dei soggetti esercitanti contemporaneamente diverse attività autonome.

Il comma 12 è stato soppresso durante l’esame del provvedimento al Senato.

I commi 12-bis-12-quinquies, introdotti al Senato, dispongono l’innalzamento dei requisiti per l'accesso ai trattamenti pensionistici, al fine di adeguarli all'incremento della speranza di vita.

Il comma 12-sexies, in attuazione della sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee 13 novembre 2008 nella causa C-46/07, modifica i commi 1 e 3 dell’articolo 22-ter del D.L. 78/2009, relativi all’età pensionabile delle dipendenti pubbliche, che viene aumentata da 60 a 61 anni dal 1° gennaio 2011 e a 65 anni dal 1° gennaio 2012 (ad essa si applica la “finestra” di 12 mesi).

I commi da 12-septies a 12-undecies intervengono sulla disciplina della ricongiunzione dei contributi pensionistici, di cui alla L. 7 febbraio 1979, n. 29, al fine di armonizzare le norme previste in materia nei diversi regimi pensionistici, ponendo in taluni casi l’onere del trasferimento a carico del lavoratore.

Il comma 12-duodecies prevede l’utilizzo delle risorse di cui all’articolo 74 comma 1, della legge finanziaria per il 2001 (L. 388/2000), limitatamente allo stanziamento per il 2010, anche ai fini del finanziamento delle spese di avvio e di adesione collettiva dei fondi di previdenza complementare dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni.

Il comma 12-terdeciesdispone, per ciascuno degli esercizi finanziari 2011-2013, una riduzione degli specifici stanziamenti iscritti nelle U.P.B. dello stato di previsione del ministero del lavoro e delle politiche sociali a favore dei finanziamenti degli Istituti di patronato e di assistenza sociale, complessivamente e proporzionalmente nella misura di 30 milioni di euro annui.

http://documenti.camera.it/leg16/dossier/Testi/D10078s1.htm#_Toc268076026

 

4. Confronto sintetico della Riforma Sacconi e della Riforma Fornero

La riforma Sacconi (DL 78/2010, art. 12, L.122/2010, più modifiche e integrazioni con DL 98/2011, L. 111/2011, e DL 138/2011, L. 148/2011) ha introdotto, principalmente:

1. l’aumento dell'età per il pensionamento sia di vecchiaia che di anzianità (attraverso l’introduzione delle cosiddette “finestre”);

2. la “finestra” (= differimento dell’erogazione) di 12 mesi per tutti i lavoratori dipendenti pubblici e privati o 18 mesi per tutti quelli autonomi (“finestra” mobile che incorpora la “finestra” fissa, mediamente di 4 mesi, introdotta dalla Riforma delle pensioni Damiano con la L. 24.12.2007, n. 247);

3. l'allungamento, quasi senza gradualità, di 5 anni (più “finestra”) dell’età di pensionamento di vecchiaia delle lavoratrici dipendenti pubbliche per equipararle a tutti gli altri a 65 anni (più “finestra”), tranne le lavoratrici del settore privato;

4. l’allineamento a tutti gli altri dell’età di pensionamento di vecchiaia a 65 anni (più “finestra”) delle lavoratrici del settore privato gradualmente entro il 2026 (2023, includendo l’adeguamento automatico alla speranza di vita);

5. l’adeguamento triennale all’aspettativa di vita, a decorrere dal 2013, che porterà l’età di pensionamento di vecchiaia a 67 anni nel 2019.

6. lo slittamento di un anno dei pensionamenti a partire dal 2012 per il personale della scuola e dell’università ed estensione anche a loro della “finestra” di 12 mesi per l’erogazione della pensione;

7. il blocco parziale o totale della perequazione delle pensioni superiori a 5 volte il trattamento minimo per gli anni 2012–2013 (abrogato dalla Legge 214/2011, che lo sostituisce con un provvedimento analogo ma più severo, che però è a sua volta dichiarato incostituzionale dalla sentenza n. 70/2015 della Corte Cost. perché privo di ragionevolezza);

8. l’applicazione di un contributo di solidarietà sui redditi pensionistici lordi superiori a 90 mila € (L. 111/2011, art. 18, comma 22bis, dichiarata incostituzionale dalla sentenza n. 116 del 5 giugno 2013 della Corte Cost.).

La riforma Fornero (DL 201/2011, L. 214/2011, art. 24) ha stabilito, principalmente:

1. l’accelerazione dell’allineamento graduale, entro il 2018, dell’età di pensionamento di vecchiaia delle lavoratrici private da 60 anni a 65 (più ‘finestra’), per allinearle a tutti gli altri, già regolati da Sacconi;

2. l’aumento di un anno delle pensioni di anzianità (ridenominate “anticipate”) limitatamente agli uomini;

3. l’abolizione delle cosiddette “quote” (somma di età anagrafica e anzianità contributiva);

4. l’estensione pro-rata, a decorrere dall'1.1.2012, del metodo contributivo a coloro che erano esclusi dalla riforma Dini del 1995, che lo ha introdotto (cioè coloro che avevano un’anzianità contributiva al 31.12.1995 di almeno 18 anni);

5. l’estensione alle pensioni anticipate (ex pensioni di anzianità) dell’adeguamento all’aspettativa di vita (comma 12) e la modifica della sua cadenza da triennale a biennale, successivamente a quello del 2019 (comma 13);

6. il blocco parziale o totale della perequazione delle pensioni superiori a 3 volte il trattamento minimo per gli anni 2012–2017 (dichiarato incostituzionale dalla sentenza n. 70/2015).

Gli effetti, secondo la Ragioneria Generale dello Stato (RGS), sono crescenti, “passando da 0,1 punti percentuali del 2012 a circa 1,4 punti percentuali del 2020. Successivamente, esso decresce a 0,8 punti percentuali intorno al 2030 per poi annullarsi sostanzialmente attorno al 2045”.

Si noti bene che la legge Fornero ha opportunamente eliminato la “finestra” di 12 mesi (estesa anche ai lavoratori autonomi, in luogo dei 18 mesi, e quindi riducendola di 6 mesi), sostituendola con un allungamento corrispondente dell’età base, ma l’allungamento (già recato dalle riforme Sacconi - 8 o 14 mesi - e Damiano – 4 mesi - con le “finestre”) è solo formale. Ciò ha sia dato maggiore trasparenza al sistema, sia reso omogeneo il dato dell’età di pensionamento nel confronto internazionale. Per contro, non avendo il testo della riforma Fornero esplicitato il legame tra l’allungamento dell’età base e l’abolizione delle “finestre”, l’allungamento dell’età base di 12 mesi (o 18 mesi per gli autonomi, poi ridotto a 12 dalla riforma Fornero) viene erroneamente attribuito alla riforma Fornero e non alla riforma Sacconi.

Come si arguisce confrontando le misure, l’allungamento dell’età di pensionamento è stato deciso più da Sacconi che da Fornero, segnatamente per il pensionamento di vecchiaia:

·  sia portando l’età di pensionamento per vecchiaia, senza gradualità, tramite la “finestra” mobile ( = differimento dell’erogazione) di 12 o 18 mesi, da 65 a 66 anni per i lavoratori dipendenti e a 66 anni e 6 mesi per i lavoratori autonomi, tranne le lavoratrici (dipendenti e autonome) del settore privato, per le quali ha previsto l’allineamento graduale entro il 2023 (accelerato poi dalla riforma Fornero nel 2011, gradualmente entro il 2018);

·  sia portando l’età di pensionamento per vecchiaia, quasi senza gradualità, da 60 a 66 anni per le lavoratrici dipendenti pubbliche, a seguito della Sentenza del 13 novembre 2008 della Corte di giustizia dell’Unione europea, ma che poteva avvenire a qualunque età tra 60 e 65 anni, più “finestra” di 12 mesi;

·  sia portando l’età di pensionamento di anzianità, tramite la “finestra” mobile, a 41 anni per uomini e donne col DL 78/2010 (L. 122/2010), più, col DL 98/2011 (L. 111/2011), art. 18, comma 22-ter,1 mese per chi matura i requisiti nel 2012, o +2 mesi per chi li matura nel 2013, o +3 mesi per chi li matura nel 2014, portando l’età a 41 anni e 1 mese e poi 2 o 3 mesi per i lavoratori e le lavoratrici dipendenti e 41 anni e 7 mesi o 8 o 9 per i lavoratori e le lavoratrici autonomi;

·  sia introducendo – sempre Sacconi e non Fornero – con la L. 102/2009, art. 22ter, comma 2, modificato sostanzialmente dalla L. 122/2010, art. 12, comma 12bis, l’incisivo e fondamentale adeguamento triennale all’aspettativa di vita (che, relativamente agli “adeguamenti successivi a quello [triennale, 2019-2021, ndr] effettuato con decorrenza 1° gennaio 2019”, e cioè dal 2022, quantunque il Ragioniere Generale dello Stato affermi sorprendentemente che decorre dal 2021 - l’errore nasce dalla relazione tecnica del decreto salva-Italia, DL 201/2011, che, come tutte le altre, è stata elaborata dalla Ragioneria Generale dello Stato (RGS) -, in forza della riforma Fornero (L. 214/2011, art. 24, comma 13), diverrà biennale), che ha portato finora (2018) l’età di pensionamento di vecchiaia a 66 anni e 7 mesi e la porterà a 67 nel 2019, e poi via via a 70 e oltre. Data l’importanza, va ribadito che il presumibile errore della relazione tecnica (“agli aggiornamenti aventi decorrenza successiva a quelli decorrenti dal 1° gennaio 2019”, pag. 38), origina ed emerge dall’uso errato di “quelli”, al plurale, in luogo di “quello”, al singolare, come recita il testo della norma: “adeguamenti successivi a quello [triennale, 2019-2021, ndr] effettuato con decorrenza 1° gennaio 2019” (art. 24, comma 13). La presumibile errata interpretazione viene ripetuta nella tabella a pag. 42.

·   Anche il sistema contributivo lo ha introdotto la riforma Dini nel 1995, non la riforma Fornero nel 2011; questa ha solo incluso, col calcolo pro rata dal 1° gennaio 2012, quelli esclusi dalla legge Dini, che all’epoca avevano già almeno 18 anni di contributi, quindi nel 2012 tutti relativamente anziani, equiparando così i giovani e tutti gli altri.

·   Va però aggiunto che la riforma Fornero, oltre a renderne la periodicità biennale, ha anche esteso, col comma 12 dell’art. 24, l’adeguamento all’aspettativa di vita alle pensioni anticipate (ex anzianità).

 

5. Esodati

Anche la riforma Sacconi ha avuto i suoi esodati, presumibilmente alcune decine di migliaia di persone, poiché, con una decisione iniqua e probabilmente incostituzionale, del ministro Sacconi, furono scientemente salvaguardate soltanto le prime diecimila (cfr. DL 78/2010, convertito dalla L. 122/2010, art. 12, comma 6). L'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) provvede al monitoraggio, sulla base della data di cessazione del rapporto di lavoro, delle domande di pensionamento presentate dai lavoratori di cui al comma 5 che intendono avvalersi, a decorrere dal 1° gennaio 2011, del regime delle decorrenze dalla normativa vigente prima della data di entrata in vigore del presente decreto. Qualora dal predetto monitoraggio risulti il raggiungimento del numero di 10.000 domande di pensione, il predetto Istituto non prendera' in esame ulteriori domande di pensionamento finalizzate ad usufruire dei benefici previsti dalla disposizione di cui al comma 5.”), ma presumibilmente a causa della sordina imposta dal potentissimo apparato informativo berlusconiano, fecero molto meno rumore e, poi, come la professoressa Fornero ha lamentato recentemente ed esplicitamente alla trasmissione di Radio1-Zapping del 22 giugno 2018), sono stati anch’essi imputati alla riforma Fornero.

Va anche precisato che gli esodati, dopo l’ottava salvaguardia, non sono 170.000 – come ha affermato lei nella predetta intervista – ma 153.000 circa. Il numero degli esodati, infatti, come dichiarò la professoressa Elsa Fornero a “In mezz’ora e poi in varie altre occasioni, fu prima sottostimato (la prima salvaguardia riguardò 65.000 persone) e poi, come riportato da varie fonti (tra cui i Deputati PD e l'On. Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera), sovrastimato dalla burocrazia di RGS e INPS, che, nell'arco di 6 anni e su 8 salvaguardie, «ridetermina il numero massimo degli esodati a 153.389 soggetti», contro una stima iniziale di 389.200, cioè a meno della metà della stima iniziale.

 

6. Risparmi dalle riforme delle pensioni

Anche sulla base dei risparmi rivenienti dalle quattro riforme dal 2004 (Maroni, 2004; Damiano, 2007; Sacconi, 2010 e 2011; e Fornero, 2011), stimati dalla Ragioneria Generale dello Stato in 60 punti di Pil cumulati al 2060, pari a 1.000 mld, emerge un rilevante maggiore impatto della riforma SACCONI rispetto alla riforma Fornero, poiché soltanto un terzo viene ascritto a quest’ultima, cioè 350 mld (poi scesi a 280 mld dopo i successivi interventi legislativi); il che, poiché lo “scalone” di Maroni fu abolito da Damiano (che RGS non menziona) e le “quote” di Damiano furono abolite da Fornero, significa che l’RGS ascrive la grandissima parte dei residui 700 mld, cioè il doppio di 350 mld, alla riforma Sacconi, mentre quasi tutti, in Italia, inclusi ISTAT e UPB,famosi esperti di previdenza (si veda qui, qui e qui), noti parlamentari ed esperti previdenziali (si veda qui e qui), e all’estero, inclusi EUROSTAT (che riceve i dati dall’ISTAT), OCSE,  che usa dati vecchi e in parte errati, ma è l’unico Ente che propone i dati pensionistici al lordo e al netto delle imposte (il peso fiscale sulle pensioni in Italia è il più alto), e FMI, che usa dati vecchi e in parte errati, ma molto pubblicizzati a livello mondiale, ascrivono tutto alla riforma Fornero, decretando un'impropria damnatio memoriae della riforma Sacconi, o, al minimo, le attribuiscono l’adeguamento periodico alla speranza di vita, creando e alimentando – specularmente - la sopravvalutazione abnorme della riforma Fornero. Valga a dimostrarlo anche il previsto risparmio dalla mera estensione del metodo contributivo (la vulgata è che la riforma Fornero abbia sostituito il contributivo al retributivo per tutti), quantificato dalla RGS, relativamente al periodo dal 2012 al 2018, in, rispettivamente, (al netto fisco) 5, 24, 39, 70, 116, 169 e 216 milioni, numeri che dimostrano la scarsa incidenza della misura, almeno finché non andrà a regime.

 

Appendice

Il quadro complessivo dell’età di pensionamento in base alle norme e ai loro autori è il seguente (nel 2019):

QUOTE: abolite dalla riforma Fornero.

PENSIONE ANTICIPATA (ex anzianità)

- L'età di pensionamento degli uomini salirà (da 40 anni nel 2010) a 43 anni e 3 mesi e di questi 3 anni e 3 mesi in più 1 anno e 3 mesi sono di Sacconi (di cui 4 mesi in media di Damiano) e 2 anni sono di Fornero.

- L'età di pensionamento delle donne salirà (da 40 anni) a 42 anni e 3 mesi, e di questi 2 anni e 3 mesi in più, 1 anno e 3 mesi sono di Sacconi (di cui 4 mesi in media di Damiano) e 1 anno è di Fornero.

 

PENSIONE DI VECCHIAIA

- L'età di pensionamento degli uomini salirà (da 65 nel 2010) a 67 anni nel 2019 e questi 2 anni in più sono di Sacconi, tranne 4 mesi in media di Damiano; quindi la Fornero non c’entra (se non per la riduzione di 6 mesi per gli autonomi).

- L'età di pensionamento delle donne del settore pubblico salirà (da 60) quasi senza gradualità a 65 anni, deciso nel 2010 da Sacconi a seguito della Sentenza del 13 novembre 2008 della Corte di giustizia dell’Unione europea, ma che poteva avvenire a qualunque età tra 60 e 65 anni), più “finestra” di 12 mesi e 12 mesi di adeguamento all'aspettativa di vita, a 67 anni, e questi 7 anni in più sono tutti dovuti a Sacconi, tranne 4 mesi in media a Damiano; quindi la Fornero non c’entra.

- L’allineamento dell'età di pensionamento delle donne del settore privato (da 60) a tutti gli altri (già regolati da Sacconi) a 65 anni più “finestra”, previsto da Sacconi gradualmente entro il 2026 (2023, includendo l'adeguamento automatico), è stato accelerato da Fornero gradualmente entro il 2018, ma in ogni caso 2 anni (da 65 a 67) sono di Sacconi, tranne 4 mesi in media di Damiano.

Va aggiunto (i) che la Riforma delle pensioni Monti-Fornero (Enciclopedia) ha ridotto da 18 (previsto dalla riforma Sacconi) a 12 mesi la “finestra” degli autonomi (uomini e donne); (ii) che la riforma Fornero ha aumentato l'età base di vecchiaia e di anzianità di 1 anno (rispettivamente da 65 a 66 e da 40 a 41), ma solo formalmente, poiché ha abolito contestualmente la “finestra” di 12 o 18 mesi, di Damiano (4 mesi in media) e Sacconi (8 o 14 mesi), ma senza evidenziarne il legame, così si è intestata entrambe le misure; (iii) che, dal 2022, in forza della legge Fornero (L. 214/2011, art. 24, comma 13), l'adeguamento automatico diverrà biennale (“13 Gli adeguamenti agli incrementi della speranza di vita successivi a quello [triennale, ndr] effettuato con decorrenza 1° gennaio 2019 sono aggiornati con cadenza biennale”), ma, appunto, è solo un'accelerazione del meccanismo deciso da Sacconi; e (iv) che la riforma Fornero ha soltanto esteso, pro rata dall’1.1.2012, il metodo contributivo – introdotto dalla riforma Dini nel 1995 – a coloro che ne erano esclusi, cioè coloro che, al 31.12.1995, avevano almeno 18 anni di contributi, quindi tutti relativamente anziani.