RINUNZIA

Manifestazione unilaterale di volontà del titolare di un diritto soggettivo che provoca la sua estinzione. La facoltà di rinunziare appartiene soltanto al titolare del diritto. Possono formare oggetto di rinunzia anche i diritti potestativi, come, p.e., quello di proporre l’azione di annullamento o di risoluzione o rescissione di un contratto. Non tutti i diritti soggettivi sono, però, rinunciabili. A parte quelli futuri, che non esistono ancora nel patrimonio del soggetto, non si può rinunciare ai diritti indisponibili, come quelli personali o patrimoniali della famiglia, p.e., gli alimenti legali, il salario e le ferie. Colui che rinunzia ad un diritto deve avere la capacità di disporre, cioè di agire. L’atto di rinunzia è irrevocabile. La rinunzia va distinta dal non esercizio di un diritto: in quest’ultima figura è rilevante solo la mancanza di volontà intesa a far valere il diritto stesso. La rinunzia a un diritto di credito prende il nome di remissione (v. remissione di un debito). La rinunzia abdicativa importa la mera dismissione di un diritto, la rinunzia traslativa permette l’acquisto del diritto da parte di un altro soggetto, a titolo gratuito o oneroso. La rinunzia agli atti del giudizio è regolata, in particolare dagli artt. 306, 390 e 391 c.p.c. per il processo civile e dall’art. 46 del regolamento per la procedura davanti al Consiglio di Stato.