RICORSO ABUSIVO AL CREDITO

Previsto dall’art. 218 r.d. 16.3.1942 n. 267 (legge fallimentare), punisce l’imprenditore esercente un’attività commerciale che ricorre o continua a ricorrere al credito, dissimulando il proprio dissesto. La pena è della reclusione fino a due anni. La condanna comporta l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità a esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a tre anni. Se l’imprenditore ha commesso più volte il fatto, la pena è aumentata. Se invece i molteplici fatti integrano di volta in volta fattispecie diverse fra quelle individuate agli artt. 216, 217, 218 l. fall., si ha concorso di reati, e si applica il cumulo delle pene. La norma viene in considerazione “salvo che il fatto costituisca un reato più grave”. Il legislatore ha voluto così tutelare i soggetti che potrebbero contrattare con un’azienda in crisi economica. Una parte della dottrina ritiene che il presupposto per l’applicazione di questa disposizione sia il fallimento dell’imprenditore. Ma la lettera della norma si limita a esigere una condizione di dissesto: proprio da questo, del resto, dipende la differenza fra tale ipotesi e la bancarotta semplice. La condotta consiste nella dissimulazione del dissesto e può concretizzarsi, secondo la giurisprudenza, anche nella semplice reticenza. Se tuttavia la dissimulazione è accompagnata da artifici e raggiri, ricorre il più grave reato di truffa.