LIBERISMO (Enciclopedia)

1. Definizione di liberismo
Il liberismo è una dottrina e una politica economica che considera come condizione ottimale di funzionamento del sistema economico quella risultante dalla libera iniziativa dei singoli individui, che nel perseguimento del proprio interesse non devono essere condizionati né ostacolati da nessun vincolo esterno imposto dall’interferenza dello Stato. Quest’ultimo infatti deve limitarsi a garantire con norme giuridiche la libertà economica e a provvedere ai bisogni della collettività soltanto quando non possono essere soddisfatti privatamente. 
In particolare, il liberismo si fonda sulla completa libertà di produzione e di scambio di merci e servizi, sia sul piano interno sia su quello internazionale contrapponendosi in tal senso a qualsiasi forma di interventismo e di protezionismo in campo economico. Esso difende cioè l’economia di mercato che significa innanzitutto proprietà privata dei mezzi di produzione e perciò garanzia di rispetto e di tutela delle libertà politiche e dei diritti individuali, giacché come ha scritto Friedrich von Hayek "chiunque abbia l’esclusivo controllo sui mezzi deve anche determinare quali fini debbono essere realizzati, quali valori debbano venir considerati come superiori e inferiori: in breve, cosa gli uomini devono credere e a che cosa aspirare" (Hayek, 1995, p.144).
Il liberismo pertanto altro non è che l’applicazione in ambito economico del liberalismo, vale a dire la dottrina che pone al centro del suo interesse l’idea della libertà individuale di scelta, conseguita tramite la limitazione e il controllo del potere politico.
Tale distinzione tra la teoria economica che teorizza il disimpegno dello Stato dall’economia e la dottrina politica che sostiene l’esistenza di diritti fondamentali e inviolabili dell’individuo e l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge non appartiene alla cultura anglosassone dove il liberalismo affonda le sue radici. Qui, infatti, il termine liberismo neppure esiste, né è possibile rintracciarlo nel pensiero dei padri fondatori del pensiero liberale. Smith, per esempio, non distingue affatto tra liberismo economico e liberalismo politico, ritenendo che l’individuo debba essere lasciato libero di perseguire il proprio interesse in ogni campo dell’esistenza umana e non unicamente in quello economico, dal momento che "ogni uomo è certamente, da ogni punto di vista, più capace e più adatto di ogni altra persona a prendersi cura di se stesso" (Smith, 1991, p.297).
Al contrario, tale distinzione appare nell’ambito del dibattito culturale che si sviluppa in Italia nella seconda metà del XIX secolo a seguito, come sottolinea Francesco Ferrara, caposcuola dei liberisti italiani, dell'importazione di idee ispirate alle posizioni della Scuola Storica tedesca di economia e a proposito delle quali egli parlò dunque non senza ironia di "germanesimo economico" (Ferrara, 1972, p.566)1. Il riferimento è in particolare alle posizioni di alcuni autorevoli economisti del tempo, tra cui spicca il nome di Luigi Luzzati, Luigi Cossa, Fedele Lampertico, i quali affermavano la necessità di abbandonare il tradizionale indirizzo liberistico della politica economica italiana in favore di una politica economica che avrebbe dovuto prevedere il concorso determinante dello Stato2
Tale dibattito raggiunge però il uso apice in occasione della disputa teorica che, cominciata negli anni del regime fascista e durata fino al 1949, vede contrapposti due autorevoli intellettuali del XX secolo, Benedetto Croce e Luigi Einaudi, proprio sul rapporto tra liberalismo etico-politico e quello economico e che condiziona non poco lo stesso sviluppo del pensiero liberale italiano3
L’approccio crociano è squisitamente filosofico. Coerente con la sua filosofia idealistica, Croce non esita a sostenere che "l’idea liberale può avere un legame contingente e transitorio, ma non ha nessun legame necessario e perpetuo con la proprietà privata della terra e delle industrie". (Croce-Einaudi, 1988, p.139). Per lui, la libertà è essenzialmente un ideale morale che, pertanto, si può attuare attraverso i più diversi provvedimenti economici, finanche quelli emanazione di regimi non democratici, purché siano rivolti all’elevazione morale dell’individuo. Detto in altri termini, la libertà economica appartiene certamente al liberalismo, ma non si possono ascrivere necessariamente all’illiberalismo tutti quei sistemi che negano la libertà economica e addirittura politica. Dal momento che nessun sistema politico, neppure quello più repressivo, può privare l’individuo della sua libertà di pensare. 
Per Einaudi, da economista pragmatico che ben conosceva la lezione di Ferrara ed era stato allievo di De Viti De Marco, al contrario la libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica. E ci sono due estremi nei quali sembra difficile concepire l’esercizio effettivo, pratico, della libertà: da una parte, tutta la ricchezza posseduta da un solo colossale monopolista privato (monopolismo), dall’altra dalla collettività (collettivismo), ed entrambe le situazioni sono fatali alla libertà. Egli pertanto sostiene contro Croce la tesi secondo cui liberalismo etico-politico e liberalismo economico o liberismo sono indissolubili e dove non c’è il secondo non ci può essere neppure il primo, tant'é che la concentrazione del potere economico nelle mani dello Stato, nelle economie non di mercato, rischia di distruggere le fondamenta concrete della libertà individuale. In tal senso, la stessa "libertà del pensare è dunque connessa necessariamente con una certa dose di liberismo economico". (Ivi, p.130). La libertà infatti funziona solamente laddove è esercitata nella sua completezza; perciò, il vero "liberale" non può che essere anche "liberista" perché tenta di applicare una reale corrispondenza tra ideale di libertà e società concretamente libera. Al contrario, laddove non c’è libertà economica perché non c'è mercato ci troviamo di fronte a una società chiusa, perché il gruppo che detiene monopolisticamente le risorse economiche detta una gerarchia obbligatoria dei fini a cui tutti si devono adeguare. E chi non vuole adeguarsi a tale gerarchia è un nemico. Da questo punto di vista Einaudi si rifà dunque ai grandi maestri della tradizione liberale che da Mandeville e dai moralisti scozzesi del XVIII secolo (Hume e Smith), attraverso il contributo di pensatori politici come Constant, Guizot, Tocqueville, arriva agli esponenti della Scuola Austriaca di Economia (Menger, Böhm-Bawerk, Mises e Hayek) e a Karl Popper4. I rappresentanti cioè di quell’"individualismo vero" (Hayek, 1997, p.42) che muovono dal fondamentale presupposto dei limiti e della fallibilità delle conoscenze umane le quali rendono impraticabile la pianificazione economica centralizzata. E che si oppongono a una diversa tradizione liberale: quella che discende dai filosofi dell’Illuminismo francese (Voltaire, Rousseau, Diderot) e che ha avuto in Inghilterra i suoi continuatori in Jeremy Bentham, John Austin, James e John Stuart Mill. Una tradizione, questa, che non riconoscendo limiti ai poteri della ragione umana e non concependo alcun fenomeno e istituzione sociali se non come deliberatamente progettati dalla ragione e per essa intellegibili, demanda al potere politico il compito di edificare intenzionalmente l'ordine sociale a detrimento della piena tutela delle libertà individuali.

2. Origini e sviluppi del liberismo
Il liberalismo economico o liberismo ha due anime che mettono capo a due nozioni ben distinte di mercato e di libero scambio, le cui implicazioni socio-politiche sono ben diverse. Nella prima, quella del laissez faire, laissez passer, le virtù del mercato vengono esaltate indipendentemente da qualsiasi considerazione sulla cultura e il regime politico prevalenti. Al contrario, il liberalismo economico di ascendenza smithiana non può essere associato a un’interpretazione ingenua del laissez faire dal momento che si fonda sul convincimento che la libertà di mercato non possa che realizzarsi necessariamente in un contesto in cui sia garantita la libertà dell’individuo e la certezza del diritto. 
Ciò nondimeno, entrambe queste posizioni nascono e si sviluppano storicamente come reazione alle teorie (e alle politiche economiche) mercantilistiche che avevano avuto grande diffusione in Europa tra il XVII e il XVIII secolo5. Nella storia del pensiero economico, dunque, la critica verso qualsiasi forma di ingerenza da parte delle autorità pubbliche che limiti la libera iniziativa economica dei privati e impedisca il corretto funzionamento del mercato ha origini antiche e risale al dibattito promosso a partire dal XVIII secolo contro le dottrine intese ad affermare i vantaggi di politiche economiche protezionistiche. 
In Francia tale dibattito si sviluppa all’interno della scuola della Fisiocrazia lacui ferma idea della necessità di rimuovere gli ostacoli che impediscono il corretto funzionamento del mercato viene riassunta nella celebre massima del laissez faire, laissez passer6.
I Fisiocratici fanno derivare le loro posizioni dai principi del giusnaturalismo, ritenendo che l’esistenza di leggi economiche oggettive e razionali che conducono all’armonia e all’ordine naturale delle cose presuppongano necessariamente la libertà di produzione e di commercio. A differenza dei mercantilisti secondo cui la ricchezza e il suo incremento sono dovuti allo scambio, essi trasferiscono nella sfera della produzione il potere di creare ricchezza e il surplus utilizzabile per l’accumulazione. In particolare, ritengono che l'unico fattore di produzione in grado di generare un surplus sia la terra e che pertanto, poiché l’agricoltura costituisce la sola forma di eccedenza, le misure protezionistiche introdotte dal ministro delle finanze Colbert in Francia per incoraggiare le industrie siano inutili, se non addirittura gravose, in quanto l’industria non crea valori ma li trasforma soltanto, e nessuna regolamentazione di questo processo di trasformazione può aggiungere qualcosa alla ricchezza della comunità. Da qui, la loro avversione verso qualsiasi forma di intervento statale7. Il che non gli impedisce tuttavia di teorizzare la bontà del "dispotismo illuminato" quale sola forma di governo che avrebbe potuto guidare gli individui al benessere. 
Il liberalismo economico o liberismo trova però la sua compiuta formulazione in Inghilterra con Adam Smith, le cui idee trovarono un terreno già fertile che era stato preparato dalle riflessioni in campo filosofico e politico dei precursori dell’economia politica8
Nonostante la comune critica al mercantilismo e a dispetto del luogo comune che lo considera debitore dei Fisiocratici, il pensiero di Smith non ha nulla a che vedere con la loro pretesa costruttivistica di edificare un ordine ideale tramite un piano razionale di intervento. Tutte le sue riflessioni muovono infatti da una premessa di carattere gnoseologico, quella secondo cui la conoscenza umana non può che essere parziale, fallibile e dispersa tra milioni di individui tant’è che è impossibile per chiunque centralizzarla e divenire così portatore esclusivo di un sapere superiore. 
Ed è proprio su questa premessa che egli ha fondato la sua critica della politica economica interventista dello Stato amministrativo-assistenziale difeso dai mercantilisti.
Nel libro IV de La Ricchezza delle Nazioni, pubblicata nel 1776, Smith si oppone all’idea mercantilista secondo cui la ricchezza di una nazione consiste nella quantità di moneta o di metalli preziosi (oro e argento) accumulati, dal momento che considera
la moneta nient’altro che uno strumento di facilitazione e di allargamento del mercato in quanto contribuisce all’accrescimento della quantità e della produttività del lavoro. La ricchezza pertanto non consiste nella quantità di metalli preziosi ma piuttosto nelle cose che il denaro può comprare e da cui assume tutto il suo valore per la precisa facoltà che ha di acquistarle. E’ dunque alla libera iniziativa di ciascuno, il quale «nella sua posizione locale, può giudicare meglio di qualsiasi uomo di Stato o legislatore quale sia la specie d’industria interna che il capitale può impiegare» (Smith, 1975, p.584) che Smith riconduce la crescita della ricchezza di una nazione, a potenziamento della quale non c’è bisogno di alcun intervento da parte dello Stato. A quest’ultimo, infatti, spettano solamente tre doveri: quello di difendere la società dai nemici esterni, di proteggere ogni individuo dalle offese che gli possano derivare dagli altri individui e di provvedere a quelle opere pubbliche che non potrebbero essere eseguite se affidate al profitto privato. 
A dare un fondamento scientifico al sistema imperniato sulla libertà del mercato, in cui lo Stato si limita a garantire con norme giuridiche la libertà economica e a provvedere ai bisogni della collettività soltanto quando non possono essere soddisfatti dall'iniziativa dei singoli, contribuiscono in seguito altri esponenti della scuola economica classica come David Ricardo e John Stuart Mill.
A Ricardo spetta in particolare il merito di aver fornito attraverso la "teoria dei costi comparati" la spiegazione più convincente e tuttora indiscussa della convenienza a abbracciare i principi del libero scambio. Nei Principi dell’economia politica e delle imposte, pubblicato per la prima volta nel 1817, egli afferma per esempio che solo la divisione internazionale della produzione, resa possibile dal libero movimento internazionale delle merci, assicura che ogni nazione possa realizzare al meglio lo sfruttamento delle risorse naturali. Infatti, se "due uomini possono fare entrambi scarpe e cappelli e uno è superiore all’altro in entrambi gli impieghi; ma nel fare cappelli egli può eccedere di un quinto, o di un venti per cento, mentre nel fare scarpe può eccellere di un terzo, o trentatrè per cento", sarà interesse di entrambi che l’uomo superiore si occupi esclusivamente di fare scarpe e che quello inferiore si occupi esclusivamente di fare cappelli" (Ricardo, 1951, p.136). Questo, infatti, si traduce in un vantaggio nazionale, determinando una consistente spinta allo sviluppo del reddito nazionale senza che lo Stato abbia bisogno di intervenire nella realtà degli scambi. 
Tali principi sono riproposti negli anni successivi dagli scritti di John Stuart Mill, il quale nei Principi di economia politica afferma che "l’importazione di merci estere, nel corso ordinario del commercio, non ha mai luogo se non quando essa, dal punto di vista economico, è un vantaggio nazionale, perché fa sì che si ottenga lo stesso ammontare di merci con un minor costo di lavoro e di capitale per il paese. Quindi proibire questa importazione, o imporre dazi che la impediscano, significa rendere il lavoro e il capitale del paese meno efficienti nella produzione di quanto sarebbero stati altrimenti, e produrre forzatamente una distruzione della differenza fra il lavoro e il capitale necessari per produrre le cose con le quali la merce si può acquistare all’estero. La perdita nazionale prodotta in questo modo è misurata dall’eccedenza del prezzo al quale la merce è prodotta, rispetto al prezzo al quale si potrebbe importarla" (Mill, 1983, p.1197)9
L’apice del successo della dottrina e delle politiche economiche liberiste, che soddisfano le esigenze e i desideri dello spirito imprenditoriale, viene raggiunto durante la seconda metà del XIX secolo e dura almeno fine alla Prima Guerra Mondiale. Ciò riguarda però soprattutto i Paesi industrializzati del Nord Europa, e l’Inghilterra in particolare, dal momento che negli Stati meno avanzati i governi provvedono all’adozione di misure protezionistiche indispensabili per proteggere l’economia interna dalla concorrenza estera. Basti pensare, per esempio, all’adozione sul finire del XIX secolo in Italia di tariffe protezionistiche da parte dei governi della Sinistra storica in materia di commercio estero.
Sconfitto sul piano della pratica politica dalla diffusione del protezionismo negli ultimi decenni dell'Ottocento, il liberismo viene messo in discussione sul piano teorico dal successo delle teorie keynesiane che predicano la necessità di proteggere le attività produttive nazionali mediante interventi statali ispirati alla logica del Welfare State.
Nella situazione di grave crisi economica del Paese, John Maynard Keynes (1971), l’economista inglese massimo teorico di questo indirizzo di politica economica, non esita dunque a farsi portavoce nella sua opera più nota, Teoria generale dell’occupazione, interesse e moneta pubblicata nel 1936, della necessità dell’intervento dello Stato in campo economico per conseguire obiettivi che la libera iniziativa individuale non è in grado di perseguire. Intervento che avrebbe dovuto realizzarsi in particolare attraverso un programma di spesa pubblica mirante ad utilizzare i fattori inoperosi (politica anti-deflazionistica) oppure finalizzato a contenere la domanda nei limiti dei fattori disponibili (politica anti-inflazionistica).
Il liberismo ha poi un nuovo momento di grande successo negli anni ottanta: tant’è che si è parlato di "neoliberismo" per indicare la dottrina economica che sostiene la liberazione dell’economia dallo Stato, la privatizzazione dei servizi pubblici, l’abolizione di qualsiasi chiusura doganale e che, proprio allora, trova una concreta applicazione con la politica economica sponsorizzata in America dal presidente Reagan (dove le misure adottate dall’amministrazione mirarono soprattutto alla diminuzione dell’imposizione fiscale a carico dei redditi più alti e alla diminuzione della spesa pubblica) e in Inghilterra con il primo ministro Margareth Thatcher (dove si persegue in particolare una politica di privatizzazione delle imprese pubbliche in alcuni settori strategici dell’economia). 
Ispiratrici e protagoniste di questa nuova stagione liberale sono soprattutto la Scuola Austriaca di Economia e la Scuola di Public Choice, assolutamente infaticabili nel dimostrare il carattere distruttivo, oltre che fallimentare, delle politiche keynesiane e, più in generale, di ogni politica interventista e statalista. Friedrich von Hayek, il più autorevole esponente della giovane generazione degli "Austriaci", ha speso tutta la sua vita di studioso a cercare le condizioni che rendono possibile la libertà individuale e che la preservano dai pericoli inerenti a tutte le forme di potere e di autorità. E coerente con gli insegnamenti della sua Scuola e di Mises, suo maestro, ha in tal senso difeso ad oltranza il principio della libertà economica di cui la libertà politica non è che il necessario corollario. E James Buchanan, primo tra gli studiosi della scuola di Virginia, ha demitizzato lo Stato-Leviatano10, dimostrando che è l’interesse ad acquisire consenso da parte della classe politica a spingere all’adozione di politiche economiche di ispirazione keynesiana che mirano ad allargare le competenze dello Stato nell’ambito della fornitura dei "beni pubblici" (cioè di finalità che i privati non sarebbero in grado di perseguire con profitto) mettendo addirittura in discussione la regola del bilancio pubblico in pareggio. Con la conseguenza di creare le condizioni per il continuo e rapido aumento della spesa pubblica e dunque per l’instaurazione di quella che è stata definita la "democrazia in deficit" (Buchanan e Wagner, 1997).
Né può essere taciuto infine il contributo della Scuola di Chicago che, nelle sue formulazioni più radicali, afferma che alla logica razionale del mercato dovrebbe essere ricondotta anche la soluzione di problemi che generalmente sono affidati alla gestione pubblica, come sanità, assistenza, istruzione, custodia carceraria. Parafrasando il titolo di una delle opere di Milton Friedman11, figura eminente di questa scuola, la libertà viene intesa come la possibilità offerta a ogni individuo di poter definire da solo il proprio destino disponendo egli di un’adeguata dotazione di risorse iniziali con cui perseguire i suoi fini. Senza, pertanto, che qualcuno, men che mai lo Stato, frapponga alcun ostacolo al libero esplicarsi delle scelte individuali. Ma col rischio che, data l’ineguale distribuzione delle risorse, i concetti di libertà e di uguaglianza rimangano delle astratte petizioni di principio.
Pensare che una società che abbia abbracciato la logica del mercato neghi la solidarietà è tuttavia un’interpretazione comune e affrettata del liberismo. L’economia di mercato è la base della libertà politica e la fonte più sicura del benessere più esteso, in quanto è l’economia di mercato che si è rilevato storicamente lo strumento più adeguato, tra quelli disponibili, per produrre ricchezza per il maggior numero di persone. Ma proprio perché è più ricca essa può permettersi di aiutare i più deboli. In tal senso, scrive Hayek, "assicurare un reddito minimo a tutti, o un livello sotto cui nessuno scenda quando non può più provvedere a se stesso, non soltanto è una protezione assolutamente legittima contro rischi comuni a tutti, ma è un compito necessario della Grande Società" (Hayek, 1986, p.429).


3. Liberismo anarchico

Nel liberismo classico lo Stato è accettato come un male necessario che deve essere conservato sia pur entro limiti il più possibile ristretti. Smith gli riconosce compiti di protezione dell’individuo come singolo e della collettività nel suo complesso di assoluta importanza. E, per venire a tempi più recenti, Robert Nozick, autorevole esponente del pensiero liberale contemporaneo e teorico dello stato minimo, considera l’esistenza dello Stato, sia pur estremamente ridimensionato nei suoi compiti, un valore da difendere. Hayek, lungi dal propugnare uno stato minimo, ritiene che in una società avanzata fondata sulla libertà di mercato le autorità di governo debbano perfino intervenire a garantire quei servizi che non possono essere forniti a tutti dal mercato.
All’interno della grande famiglia liberale e liberista esiste tuttavia un’ala "estrema" di antica tradizione, che negli anni più recenti si è sviluppata soprattutto in America: quella nota come free market anarchism o anarco-capitalismo. Si tratta della posizione che oltrepassa la linea di confine fra liberismo ed anarchia e che teorizza una società senza Stato basata sulla libera associazione degli individui, nella quale il mercato esercita un ruolo fondamentale nell’assicurare l’armonia e la giustizia. Caposcuola di questa corrente di pensiero è l’economista americano Murray N. Rothbard il quale, muovendo dalle premesse della grande tradizione del libertarismo12, ha fornito una versione del pensiero liberale che rappresenta il superamento del liberalismo classico nella misura in cui punta alla totale abolizione delle funzioni dello Stato, la cui esistenza risulta assolutamente inutile potendo il mercato da solo provvedere alla fornitura dei beni e dei servizi. Allievo di Ludwig von Mises, da cui mutua l’idea del mercato come luogo della scelta e della libertà, nonché la critica ad ogni forma di interferenza della mano pubblica nell’economia, egli prende tuttavia le distanze dal suo maestro, sostenitore dello Stato minimo, e difende la demolizione sistematica di ogni parvenza di organizzazione statale le cui attività, anche solo quelle minime di "guardiano notturno", costituiscono "attività di aggressione criminale e di depredazione dei diritti di proprietà privata" (Rothbard, 1996, p.288) e che, pertanto, può essere sostituita da forme di associazione politica alternative – le cosiddette "agenzie di protezione". Queste ultime gestiscono e forniscono servizi di tipo collettivo, compresi l’amministrazione della giustizia e la difesa del territorio, su basi puramente negoziali e senza apparati di costrizione, ovvero in regime di concorrenza e di libero mercato. Rispetto alle associazioni di mutua protezione, "le associazioni protettive dominanti", teorizzate da Nozick (1981) che eserciterebbero comunque il monopolio legittimo della forza, avendo il diritto di impedire ad altri di offrire servizi giudiziari e di protezione dei diritti, le agenzie protettive a cui fa riferimento Rothbard operano in un regime di libera competizione per cui si trovano a concorrere tra loro per la vendita dei loro servizi ai cittadini i quali sono liberi di acquistarli dall’agenzia prescelta. Solo così, infatti, si può garantire la salvaguardia del principio basilare della società libera e cioè che non deve esserci alcun uso della forza fisica, che altro non sarebbe se non la possibilità legalizzata di aggressione della persona e della proprietà degli individui, eccetto che per la difesa contro coloro che usano la forza contro la persona o la proprietà. 
_______________________
1La Scuola storica tedesca dell’economia (all’interno della quale spicca la figura di Gustav Schmoller) negava il primato dell’economia teorica, in difesa di un’economia intesa come storia di eventi economici unici e irripetibili. Tale negazione della scienza, al cui vaglio si sottrarrebbero i fatti economici, si accompagnava a un’eccessiva considerazione del potere politico, il quale può porsi pertanto come punto di vista privilegiato sul mondo, cioè come variabile indipendente all'interno del sistema sociale. In tal senso, essa legittimava l'interventismo dello Stato nell'economia e considerava il potere politico arbitro della società. Per un inquadramento storico-politico la Scuola Storica Tedesca si rimanda a Roll (1967, pp. 307 e ss.).
2Per contrastare le posizioni di cui questi economisti si facevano portatori dalle pagine della rivista "Il Giornale degli economisti", Francesco Ferrara, giornalista, docente universitario, ministro del governo Rattazzi, fondò la rivista "L’Economista", organo editoriale della Società Adam Smith che divenne lo strumento attraverso il quale egli poté polemizzare, in difesa del liberismo, con tali "socialisti della cattedra" che sollecitavano un maggior controllo sull’industria, l’adozione di sistemi più idonei di assicurazione sociale, la statalizzazione di settori strategici dell’economia, ecc. Cfr. Faucci (1995).
3Gli scritti di Croce e di Einaudi sono stati raccolti in Croce – Einaudi (1988).
4Si consideri che Einaudi aveva avuto modo di conoscere, durante un suo viaggio in America negli anni venti, per esempio, Ludwig von Mises, autorevolissimo esponente della Scuola Austriaca di Economia, il quale nei suoi scritti aveva denunciato come, nei regimi socialisti che negano la proprietà dei mezzi di produzione e il mercato, la pianificazione economica centralizzata, con la sua pretesa di controllo capillare di ogni attività umana, sradichi ogni barlume di libertà dal momento che "lascia all’individuo unicamente il diritto di obbedire" (Mises, 1959, p.272).
5Il Mercantilismo non costituisce un insieme di teorie organiche e coerenti che sia possibile ricondurre a un filone di pensiero unitario data la prevalente mancanza di sistematicità dei contributi dei pensatori che ne enunciarono teoricamente i principi. Le politiche ispirate a tali principi, primo tra tutti quello secondo cui la ricchezza di un Paese dipende dalla quantità di moneta e metalli preziosi accumulati nelle casse dello Stato, furono ad ogni modo adottate dai nascenti Stati nazionali per dare basi più solide all’unità statale e per fare dell’incremento della ricchezza nazionale lo strumento per accrescere la forza dello Stato nei suoi rapporti con l’estero. cfr. Groenewegen e Vaggi (2006, pp.50-180).
6Ne La fine del laissez faire, pubblicato nel 1926, John M. Keynes (1991) afferma che l’espressione laissez faire deve essere tradizionalmente attribuita al mercante francese Legendre (1680) il quale, a Colbert che sul finire del XVII secolo gli domandava che cosa potesse fare per aiutare i mercanti, rispose "Lasciarci fare". Essa fu utilizzata i un documento scritto solo nel 1751 dal marchese d’Argenson (1694-1757), i cui manoscritti ebbero grande diffusione nella Parigi del Secolo dei Lumi soprattutto presso alcuni dei più autorevoli rappresentanti della scuola fisiocratica francese (Vincent de Gournay, Du Pont de Nemour, Mirabeau padre, Quesnay e Turgot), i quali rimasero colpiti dall’espressione di Legendre tanto da volerla assumere e arricchire con l’espressione laissez passer
7Per una sintesi del contributo dei Fisiocratici alla storia del pensiero economico, cfr. Roll (1967, pp.121 e ss.).
8Si pensi, per esempio, agli scritti di John Locke (1992) in difesa della libertà e della proprietà che devono essere garantite dalla sicurezza che lo Stato può offrire. O a quelli di Sir Dudley North (2009) in difesa del libero scambio. O, ancora, al contributo pionieristico di Bernard de Mandeville (1994) che ha avuto non poca influenza sulla formazione di Smith soprattutto nel mostrare come i meccanismi di mercato siano in grado di generare inintenzionalmente situazioni vantaggiose per tutti a partire dalle azioni di individui interessati a conseguire i loro obiettivi e per questo portati spontaneamente a cooperare tra loro. 
9Sul piano dell’azione politica le riflessioni di Ricardo e Mill trovarono applicazione nelle battaglie che William Cobden, industriale, scrittore e politico inglese, portò avanti proprio in quegli anni per convincere il governo ad abbassare le tasse all’importazione e favorire il commercio. In particolare si deve a lui, insieme a John Bright, la formazione della Anti-Corn Law League, l’associazione che più si impegnò per l'abolizione (ottenuta poi nel 1846) delle leggi protezionistiche che in Inghilterra regolavano le importazioni e le esportazioni del grano mediante l'imposizione di dazi, e che avevano di fatto concesso ai proprietari terrieri un regime di monopolio del mercato interno del grano, che si traduceva nell’aumento del prezzo del pane e che causava perciò insofferenza e malcontento tra la popolazione.
10Cfr. Buchanan (1998). Più in generale sulla Scuola di Public Choice, cfr. Mueller (2003).
11Il riferimento è al saggio, scritto in collaborazione con sua moglie Rose, Liberi di scegliere, pubblicato nel 1980. Cfr. Friedman (1981). Per un approfondimento della figura e del contributo di Friedman, cfr. Martino (1994). 
12Il libertarismo è una corrente di pensiero che si costituisce, a partire dal XIX secolo, come versione radicale del liberalismo classico. Sia pur nell’ampia articolazione delle sue posizioni interne, essa affonda le sue radici nel giusnaturalismo di Locke e ha come riferimenti culturali i Padri del costituzionalismo americano ma anche alcuni economisti liberali francesi della prima metà dell’Ottocento, tra cui occupano un ruolo centrale Gustave de Molinary e Frédéric Bastiat considerati precursori dell’anarco-capitalismo contemporaneo. Cfr. Barry (1993).


Bibliografia:
Barry N.P. (1993), Del liberalismo classico e del libertarianismo, Roma, Elidir.
Buchanan J. (1998), I limiti della libertà, Milano, Rusconi.
Buchanan J. – Wagner R.E. (1997), La democrazia in deficit. L’eredità politica di lord Keynes, Armando, Roma.
Croce B. – Einaudi L. (1988), Liberismo e liberalismo, Ricciardi, Milano-Napoli.
Faucci R. (1995), L’economista scomodo. Vita e opere di Francesco Ferrara, Palermo, Sellerio.
Friedman M.-Friedman R. (1981), Liberi di scegliere, Milano, Longanesi.
Groenewegen P.D. e Vaggi Gianni (2006), Il pensiero economico. Dal mercantilismo al monetarismo, Carocci, Roma.
Hayek von F.A. (1997), Individualismo: quello vero e quello falso, Rubbettino, Soveria Mannelli.
Hayek von F. A. (1995), La via della schiavitù, Rusconi, Milano.
Hayek von F.A. (1986), Legge, legislazione e libertà, Milano, Saggiatore.
Keynes J.M. (1971), Teoria generale dell’occupazione, interesse e moneta, Utet, Torino.
Locke J. (1992), Trattato sul governo, Roma, Editori Riuniti.
Mandeville B. (1994), La favola delle api, Bari, Laterza.
Martino A. (1994), Friedman, Teramo, Giunti Lisciani Editori.
Mill J.S. (1983), Principi di economia politica, Utet, Torino.
Mises von L. (1959), L’azione umana, Utet, Torino.
Mises L. von (1997), I fallimenti dello Stato interventista, Rubbettino, Soneria Mannelli.
Mueller D.C. (1979), Public Choice III, Cambridge, Cambridge University Press.
North D. (2009), Discourses upon Trade, Gloucester, Dodo Press.
Nozick R. (1981), Anarchia, Stato, Utopia, Le Monnier, Firenze.
Ricardo D. (1951), The Works and Correspondence of David Ricardo, Cambridge University Press, Cambridge, vol.1.
Roll E. (1967), Storia del pensiero economico, Torino, Boringhieri.
Rothbard M. (1996), L’etica della libertà, Liberlibri, Macerata.
Smith A. (1975), La ricchezza delle nazioni, Utet, Torino.
Smith A. (1991), Teoria dei sentimenti morali, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana.


Redattore: Simona FALLOCCO

© 2010 ASSONEBB