GRASSI PAOLO (Enciclopedia)

Grassi, Paolo (1879-1974), direttore generale del Tesoro.

1. G. nasce a Treia (Macerata), terzo di cinque figli di una famiglia di proprietari terrieri. Per sfuggire alla volontà dei genitori, che lo indirizzano alla carriera ecclesiastica, si trasferisce a Roma, dove, nel 1904, vince il concorso del Ministero del Tesoro come volontario amministrativo. Il presidente della Commissione d’esame, Luigi Venosta, direttore generale della Cassa Depositi e Prestiti, ne nota le capacità, sicché G. svolge i primi incarichi presso tale Istituto. Nel 1906 si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Roma “La Sapienza” e nel 1908 supera il “concorso per merito distinto” al Ministero. Il presidente della commissione d’esame è Carlo Conti Rossini, orientalista e direttore generale del Tesoro dal 1917 al 1925, che diviene il mentore di Grassi. Nel 1911 G. sposa Pierina Gigli, dalla quale avrà due figlie: Gigliola e Mirella. Il citato “concorso per merito distinto” gli consente di accelerare notevolmente la carriera: diventa Primo segretario e, nel 1912, è Capo Sezione. Da quel momento, svolge delicati incarichi ispettivi in materia di istituti di emissione, di banche libere e di cambi. Nel 1913 viene nominato Cavaliere ufficiale. Nel 1918, superato il concorso per titoli, viene nominato vice ispettore alla Vigilanza degli istituti di emissione e dei servizi del Tesoro e l’anno successivo consegue il grado di Ispettore superiore. Sostenere presso l’Officina delle Carte Valori di Torino il maggior urto degl’impiegati e delle masse operaie durante le agitazioni e gli scioperi del 1919 e del 1920, dando prova di grande energia e di tatto. Nell’estate del 1921 svolge una delicata missione a Zara, in Dalmazia, dove si occupa della conversione della valuta nel territorio dalmata annesso all’Italia. Si convince allora dell’importanza di acquisire dimestichezza con la moneta e con le transazioni valutarie internazionali. 

2. Superata la difficile congiuntura post-bellica, l’attività di G. conosce una decisa specializzazione verso la vigilanza bancaria. Compie importanti ispezioni le ispezioni presso le sedi periferiche della Banca d’Italia e degli altri due istituti di emissione, il Banco di Sicilia e il Banco di Napoli. Accreditato nel settembre del 1922 presso gli stessi, scrive acute relazioni sui bilanci e sui conti “profitti e perdite” dei due istituti meridionali. Nel 1923, partecipa allo studio della relazione sul bilancio della Banca d’Italia. Lavora con i ministri Alberto De’ Stefani, prima, e Giuseppe Volpi, poi. Matura vaste competenze in ambiti caratterizzati da elevato tasso di tecnicismo. Dal gennaio del 1926 all’agosto del 1927 è accreditato per le funzioni di vigilanza presso il Banco di Napoli, nella delicata fase in cui questo, con la Legge bancaria del 1926, perde il diritto di emissione, passato ad essere monopolio della Banca d’Italia, e diventa un Istituto di diritto pubblico. Si lega di sincera amicizia a Giuseppe Frignani, sottosegretario alle Finanze di Volpi e direttore generale dell’istituto napoletano. Compie ispezioni nelle principali sedi: Milano, Bari, Ancora, Sassari, Napoli. Non si limita alla vigilanza, ma partecipa della stessa amministrazione. Sospende alcune deliberazioni, segnala i pericoli di taluni indirizzi nell’andamento del portafoglio, nella politica dei tassi, nonché nel governo del personale.

3. Il ministero Volpi (1925-1928) porta alla ribalta uomini nuovi. A Conti Rossini, succedono alla direzione generale del Tesoro Luigi Pace, Federico Brofferio e, nel 1928, Vincenzo Azzolini. Nello stesso anno, Azzolini viene nominato direttore generale della Banca d’Italia. Si pone il problema della successione alla direzione del Tesoro. La carica passa ad Alessandro Ceresa, che non è destinato a durare. Conti Rossini sostiene la candidatura di Grassi. Nel 1928 il ministro, Antonio Mosconi (1866-1955) lo nomina direttore generale. Con la nomina, si aprono a G. le porte di numerosi e prestigiosi consigli di amministrazione, tra cui quello della Banca nazionale del lavoro negli anni di Arturo Osio. Il legame con la BNL è strumentale al particolare ricorso all’istituto, che caratterizzerà l’azione di G. negli anni Trenta. A seguito della nomina, siamo nell’ultimo quarto del 1928, G. pubblica sulla rivista «Economia» l’articolo intitolato Le innovazioni al conto del Tesoro. L’argomento è la riforma attuata da Mosconi, da G. vista come parte del programma della terza fase della finanza fascista, dopo quella produttivista di De’ Stefani e quella stabilizzatrice di Volpi: essa viene descritta come un progresso sulla via della semplificazione e trasparenza dei documenti destinati a far conoscere al pubblico la situazione finanziaria dello Stato.

4. Alla morte di Bonaldo Stringher, nel 1930, G. risulta è uno dei candidati al governatorato della Banca d’Italia, carica alla quale accede il direttore generale Vincenzo Azzolini. Il fatto non appare casuale agli informatori politici dell’epoca, che descrivono G. come uomo capace di “tenere a bada” Azzolini, qualora si dovesse delineare un urto tra loro, giacché, sostengono le fonti della polizia politica del tempo, è dalla direzione generale del Tesoro che si può dirigere la Banca d’Italia e non viceversa. E’ un capitolo, tra gli altri, della storia del rapporto di interlocuzione tra Tesoro e Banca d’Italia. L’esordio di G. quale dirigente capace di decisioni di sistema si compie all’ombra della grande crisi del 1929, che travolge le banche miste. Partecipa alla nascita, nel 1931, dell’Istituto mobiliare italiano e, con il ministro Guido Jung, nel 1933, a quella dell’Istituto per la ricostruzione industriale (IRI), nel cui consiglio di amministrazione ha un posto e alla cui attività presta il suo talento. Non vede, però, di buon occhio la crescita, esterna alla burocrazia ministeriale, degli “enti Beneduce”. Dal 1935, tende ad accentrare compiti, dovendo surrogare, di fatto, la decisionalità del nuovo ministro delle Finanze, Paolo Thaon di Revel. Il “momento d’oro” di Grassi è rappresentato dalla convenzione IRI-Tesoro del dicembre 1936, che reca, oltre la sua, le firme di Vincenzo Azzolini, Alberto Beneduce, e Giuseppe Ventura, Ispettore del Tesoro. La convenzione è preparata da scrupolose indagini, condotte assieme a Mario Romanelli, ispettore superiore al ministero, e al giovane Pasquale Saraceno dell’IRI. Si provvede, in particolare, alla sistemazione dei rapporti di debito e credito tra IRI, Tesoro e Banca d’Italia. È una operazione delicata, con cui si mette in salvo una parte rilevante del patrimonio industriale del Paese, con l’occhio rivolto agli equilibri monetari e finanziari. In altre parole, si chiude e si completa, così, l’iter avviato, nel 1933, con la nazionalizzazione, via IRI, del credito.   

5. G. Non è di sentimenti fascisti (vanta una iscrizione al Partito nel 1921, probabilmente retrodatata), a differenza del fratello minore, Luigi, reduce della Grande guerra, che lavora alla direzione generale della Guardia di Finanza. Sono il suo riconosciuto magistero tecnico e la sua funzione equilibratrice tra i vari gruppi in cui si articola la classe dirigente italiana, che ne fanno un punto fermo nei ranghi dell’amministrazione. In questa fase, l’asse con la BNL è, per G., fondamentale. A fronte delle esigenze di cassa per la guerra in Etiopia, prima, e in Spagna, poi, per l’autarchia, per le opere pubbliche in Italia e nelle colonie, l’istituto bancario romano riesce a rastrellare migliaia di sottoscrizioni per i Buoni del Tesoro anche tra i piccolissimi risparmiatori. Si occupa di politica estera economica. Dal 16 giugno al 9 luglio del 1932 è delegato alla Conferenza per le riparazioni di Losanna (giugno-luglio 1932). Nel 1936, Azzolini si rivolge a G. per sbrogliare la matassa del tallero di Maria Teresa, moneta la cui circolazione in Etiopia alimenta la speculazione sulla lira. Dopo la conquista, nel maggio di quell’anno, dell’Etiopia, si pone, infatti, il problema – che sarà poi attuale per tutti gli altri territori occupati nel corso della seconda guerra mondiale – di estendervi o meno la circolazione della lira, oppure mantenere la circolazione del tallero teresiano, una moneta austriaca del XVIII secolo che, per varie ragioni, era divenuta la moneta prevalente in Africa orientale sin dal XIX secolo. In sintesi, dopo l’occupazione italiana, il tallero viene ancorato a un cambio fisso con l’Italia. Ceduto il punzone e cessato legalmente il monopolio austriaco, altri paesi iniziano a coniare talleri a un costo di produzione inferiore rispetto alla Zecca italiana: vendono talleri con forte profitto, acquisiscono lire in sovrappiù e le rivendono sui mercati esteri, deprimendone il corso. Si decide per la fine della doppia circolazione.
La monetazione e la sua storia sono interessi costanti nel Paolo Grassi pubblico e privato. Negli anni della gestione G., la monetazione della Zecca d’Italia è di altissimo livello tecnico e artistico. Si sviluppano progetti ed emissioni il territorio dell’Impero e si inizia a produrre “in conto terzi”, avviando una attività industriale che è vanto dell’Istituto Poligrafico. Le monete di maggiore pregio vengono presentate al re, Vittorio Emanuele III, forse il maggiore e più illustre numismatico italiano del tempo. Sotto la guida di G. si realizza la monumentale Relazione della R. Zecca (Roma, 1941) opera di oltre quattrocento pagine e di grande valore bibliografico.

6. Dopo il 1940, con l’ingresso dell’Italia in guerra, G. è chiamato a tenere le fila dei rapporti monetari con gli Stati occupati. Un fatto, questo, che risulta dalle note inviate a G. da Massimiliano Majnoni d’Intignano (1894-1957), direttore della rappresentanza della Banca commerciale a Roma, sulla situazione bancaria in Grecia dopo l’occupazione italo-tedesca, la chiusura delle banche inglesi e gli spazi per gli istituti italiani, il deposito presso ComitEllas di fondi delle forze armate . La corrispondenza con la Comit di Raffaele Mattioli, in specie con la sede di Roma, è un tassello importante. Né il caso greco è l’unico, perché la citata esperienza a Zara nel primo dopoguerra conferisce a G. particolare competenza nelle procedure di change-over. È, infatti, il caso dell’Egitto, come risulta anche dai diari di Serafino Mazzolini (1890-1945), marchigiano e diplomatico di lungo corso.
Siede nel Consiglio di amministrazione dell’Istituto nazionale cambi con l’estero – creato da Francesco Saverio Nitti nel 1917 –, assieme a Vincenzo Azzolini, Alberto Beneduce, Manlio Masi, Alberto D’Agostino, anch’egli uomo della Comit. L’Istituto cambi, che dal 1935 è alle dipendenze del Ministero scambi e valute di Felice Guarneri, attrae le migliori intelligenze economiche del tempo. Del resto, la disciplina del commercio estero e della valuta sono una tra le questioni chiave degli anni Trenta e sulla quale tali intelligenze si esercitano. La moltiplicazione degli impegni fa il paio con il prestigio che acquisisce. Dal 1938 è Cavaliere di Gran Croce (dal 1930 era Grande ufficiale), una tra le molte onorificenze che riceve dai governi italiano, spagnolo, tedesco, ungherese, albanese, vaticano e di San Marino. Coltiva, invano, l’ambizione di diventare ragioniere generale dello Stato.

7. G. segue il meccanismo noto come “circuito dei capitali”, teorizzato dall’economista tedesco Ernst Wagemann. Si tratta della strategia fatta propria da Thaon di Revel sin dalla guerra d’Etiopia, secondo cui, dovendo lo Stato finanziare, con l’immissione di moneta, la guerra – fatto che comporta lo spostamento di risorse da un settore a un altro –, l’effetto inflattivo viene sgonfiato con strumenti amministrativi, quali il blocco dei prezzi e dei salari, e le eccedenze di liquidità vengono riassorbite dal prelievo fiscale e dal collocamento dei titoli di Stato. Il Tesoro è costretto a rincorrere gli eventi e l’attività di G. è posta sotto pressione. Se è vero che fino al 1942 il circuito consente di tenere sotto controllo la situazione monetaria e finanziaria, nella sua relazione sulla situazione del Tesoro e l’andamento della circolazione monetaria, inviata nel 1943 al ministro delle Finanze, Giacomo Acerbo, G. sottolinea l’enorme sforzo compiuto per fronteggiare le varie esigenze degli ultimi anni. Il tracollo è ora prossimo.

8. Dopo l’8 settembre non si reca a Salò. Lavora al ministero fino al 4 ottobre, ma il 1° novembre viene collocato a riposo. Teme la cattura da parte dei nazisti. Con la liberazione di Roma, nel giugno del 1944, torna al ministero, ma viene nuovamente collocato a riposo il 29 gennaio del 1945. È accusato di collaborazionismo con i tedeschi e gli si imputa parte della responsabilità della sottrazione, da parte dei nazisti, dell’oro della Banca d’Italia: sulla vicenda esistono, comunque, differenti interpretazioni. Il provvedimento di collocamento a riposo del 1945 è annullato nel 1948. Riabilitato, G. lascia definitivamente il ministero del Tesoro il 1° agosto del 1949, per sopravvenuti limiti di età: ha settanta anni. Gli succede, quale direttore generale, Giuseppe Ventura, ispettore superiore, suo cognato. Dopo la guerra, G. tiene numerosi incarichi, che gli conferiscono ancora un ruolo, sia pure ridotto, negli anni della ricostruzione e del boom economico: è consigliere e vice presidente dell’Istituto nazionale di credito edilizio, della Banca Romana della Sezione alberghiera e turisitica della Banca nazionale del lavoro; è consigliere delle Ferrovie dello Stato e dell’INA; delle Cartiere Milani; della Monte Amiata; del Consorzio per il credito agrario di miglioramento (Meliorconsorzio). Muore a Roma all’età di 95 anni.

Bibliografia:
G. Farese, La comunità nell’amministrazione finanziaria.Paolo Grassi al Tesoro, 1904-1944, in pubblicazione su "Storia economica", 2009.

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